CONSULENZA

AZIENDALE

CONSULENZA AZIENDALE
SERVIZI D'INTERNAZIONALIZZAZIONE PER IMPRESE E AZIENDE
Analisi dei mercati 

Il servizio viene offerto alle imprese non ancora dotate internamente di un proprio Ufficio Estero ovvero imprese, che necessitino di una flessibilità organizzativa tramite l’utilizzo di competenze esterne nelle fasi di avvio di contatti internazionali.

 

Internazionalizzazione dell'azienda

Per rispondere in modo mirato ed efficace alle esigenze ed agli interrogativi delle imprese interessate ad intraprendere iniziative di varia natura sui mercati esteri, lo studio offre un’ampia gamma di servizi.

 

Consulenza Rappresentanza

per orientare, assistere ed accompagnare le imprese nelle relazioni con il mercato internazionale.

 

Contrattualistica fornitori

Da un primo contatto o incontro l’impresa può ottenere un confronto sulle dinamiche del mercato internazionale, acquisire informazioni e indicazioni generali sulla gestione di operazioni con l’estero, nonché avere una panoramica completa sui servizi consulenziali ed assistenziali personalizzati, che lo studio può fornire in risposta allo specifico fabbisogno riscontrato.

Gestione dei rapporti Istituzionali

Attivando questo servizio, l’impresa può ottenere assistenza relativamente a: gestione dei contatti e della corrispondenza con potenziali partners esteri (promozione dei prodotti, redazione delle offerte, ecc…); gestione delle pratiche relative all’esportazione dei prodotti o, più in generale, agli scambi commerciali con i mercati esteri; definizione ed organizzazione di eventuali azioni promozionali; definizione e formalizzazione contrattuale dei rapporti di collaborazione con partners esteri selezionati.

 

Mission Europa & Internazionali

  • consulenza e studio fattibilità

  • incontri preliminari con le controparti

  • contrattazione

  • stesura contratti acquisto/vendita con assistenza legale durante l'iter commerciale

  • screening avanzamento ordinativi

  • controllo qualità in loco su richiesta

  • assistenza spedizioni e sdoganamento

  • accompagnamento visita partners commerciali

  • esposizione prodotti nei propri showroom

  • organizzazione ed accompagnamento viaggi e fiere

  • Ricerche di mercato.

  • interpretariato e traduzioni 

  • Logistica integrata.

  • Rappresentanza prodotti/aziende 

MERCATO E AMBIENTE ECONOMICO

Nel corso degli ultimi anni l’economia serba ha sperimentato una crescita dovuta a ingenti investimenti stranieri, oltre ad un miglioramento continuo del proprio ambiente economico. Il Paese ha registrato uno dei migliori risultati in termini di attrazione degli IDE negli ultimi 5 anni, facendo meglio di quasi tutti i competitor regionali. Allo stesso tempo anche le esportazioni stanno costantemente crescendo: il loro valore è difatti raddoppiato rispetto al 2009 ed ha superato i 10 miliardi di euro nel 2013.


Il clima per gli investimenti è cambiato considerevolmente e l’impatto dello Stato sull’economia è diminuito. Consistenti riforme sono state difatti attuate: dai cambiamenti apportati alle leggi sul lavoro che hanno reso il mercato tra i più flessibili d’Europa, al progresso delle leggi sulle privatizzazioni, le quali mirano a ridurre la pertecipazione dello Stato nelle imprese fino ad eliminarla del tutto.


In questo senso il governo serbo continua a ricevere un forte appoggio da parte dell’UE; d’altronde l’ingresso del Paese nell’Unione rappresenta uno degli obiettivi principali del governo, assieme al consolidamento fiscale, al miglioramenti delle leggi sul lavoro e del sistema pensionistico, alle riforme sul funzionamento delle imprese pubbliche.


Il Consiglio Europeo ha accordato lo status di Paese candidato alla Serbia nel Marzo 2012 e nel giugno del 2013 ha aperto i negoziati per il processo di adesione, negoziati formalmente avviati. Come sottolineato dalla Commissione Europea nella relazione dell’ottobre 2014, la Serbia sta continuando ad adempiere con successo ai propri obblighi riguardanti l’Accordo di Stabilizzazione e di Associazione con l’UE; obblighi che ci si attende di veder ultimati nel 2015. Il processo di negoziazione per l’adesione dovrebbe ufficialmente prendere il via a breve; si tratta dell’ultimo passo sul sentiero che porta alla completa integrazione della Serbia nell’UE.


Una nuova Legge sulle Privatizzazioni è stata promulgata ad agosto, sancendo la fine del 2015 come termine ultimo per completare il processo di privatizzazione e delinearne i possibili modelli futuri: strategic partnership, trasferimento di capitali senza compensazione, vendita di capitali e di beni.
La nuova Legge sul Lavoro è stata adottata accordando una maggiore flessibilità ai datori di lavoro e fornendo opzioni di lavoro prima non disponibili. A luglio sono state poi adottate delle correzioni alla legge sulle pensioni e a quella sull’assicurazione d’inabilità. Altre rettifiche sono state prese ad agosto per quanto riguarda la legge sulla bancarotta, le quali mirano a regolare più accuratamente il ruolo del curatore fallimentare ed i diritti dei creditori.

Quest’anno La Serbia ha espresso la volontà di assicurarsi un accordo per un prestito a tre anni con l’FMI, prestito che servirebbe a raggiungere gli obiettivi di debito e di deficit prestabiliti.

STABILE E PREVEDIBILE

Anche se l’esportazione di beni e servizi ha continuato a crescere in termini di euro con tassi a doppia cifra, l’economia in Serbia ha subito una contrazione; questo dopo che si è assistito ad una crescita trainata dalle esportazioni durante lo scorso anno.
Le importazioni sono difatti rimaste limitate a causa della debolezza della domanda interna, mentre gli investimenti diretti stranieri sono cresciuti leggermente in termini assoluti rispetto all’anno precedente, attestandosi su valori che restano tuttavia lontani dai livelli pre crisi.
Le pesanti alluvioni della scorsa primavera hanno colpito l’agricoltura e danneggiato i trasporti e, in particolare, le infrastrutture energetiche, compromettendo inevitabilmente la crescita nel breve periodo. In seguito a tali eventi, diventa difficile pensare di continuare a restringere il disavanzo commerciale, visto il potenziale probabilmente inferiore delle esportazioni agricole e la forte necessità di importare energia.


Per quanto riguarda le spinte inflazionistiche invece, esse sono diminuite sia quest’anno che l’anno scorso. Si tratta di un effetto dovuto sicuramente ad una domanda più debole, ma anche alle conseguenze di una buona annata in agricoltura lo scorso anno, alla diminuzione dei prezzi globali delle merci ed alla relativa stabilità del dinaro


Le costantemente basse pressioni inflazionistiche degli ultimi 18 mesi riflettono l’assenza di consistenti spinte al rialzo nei costi e di una forte domanda aggregata, evidenzando altresì le inferiori aspettative inflazionistiche e la relativa stabilità dei tassi di cambio

POSIZIONE GEOGRAFICA FAVOREVOLE

La Serbia collega l’Oriente e l’Occidente. La sua preziosa posizione nel cuore del sud-est Europa la rende un luogo eccezionale per gli investimenti

Grazie alla sua posizione di confine geografico tra l’Oriente e l’Occidente, si è spesso fatto riferimento alla Serbia come alla porta d’Europa. I due importanti corridoi europei, il numero VII – corrispondente al percorso del Danubio – e il numero X – l’autostrada e la linea ferroviaria internazionali – si incrociano in territorio serbo per garantire ottimi collegamenti tra l’Europa occidentale e il Medio Oriente. La Serbia è quindi un luogo ideale per un’azienda che desidera operare in loco e che vuole raggiungere in modo più efficiente i suoi clienti nell’UE, nei paesi SEE o in Medio Oriente. Confinando con l’UE, la Serbia offre anche la possibilità di godere di tutti i vantaggi tipici di coloro che operano al di fuori dell’UE, essendo in grado di fornire servizi e trasportare merci in tempi previsti e flessibili.

 

BASSI COSTI OPERATIVI

Per evitare i carichi fiscali non necessari, la Serbia ha raddoppiato il numero di trattati sulla tassazione raggiungendo quota 55 Paesi nel settembre 2014

Il regime fiscale in Serbia è altamente favorevole per fare affari. Oltre ad avere uno dei tassi più bassi di imposta sui redditi d’impresa in Europa, gli investitori possono beneficiare di incentivi fiscali che creano delle condizioni ottimali per l’avvio di un’impresa.
Le aziende sono esentate dal pagamento dell’imposta sul reddito d’impresa per un periodo di dieci anni a partire dal primo anno in cui registrino un profitto tassabile da investire in cespiti per una cifra che superi i 1.000 milioni di dinari (attorno agli 8,5 milioni di euro), ed assumano almeno 100 ulteriori dipendenti a tempo pieno durante il periodo dell’investimento. La perdita fiscale indicata nella dichiarazione dei redditi può essere portata avanti e compensata coi profitti futuri per un periodo di cinque anni.


Esitono poi degli incentivi che il governo serbo offre a chi investe in progetti sia greenfield che brownfield nel settore manifatturiero, nei servizi legati all’export e nei progetti strategici per il turismo. L’ammontare dei fondi che può essere assegnato a grandi imprese può arrivare a coprire fino al 50% del costo di investimento, mentre per le altre aziende può raggiungere il 20%.

 

SETTORI DOVE INVESTIRE

Il settore finanziario, primo settore in termini di valore degli IDE, non costituisce l’unica interessante possibilità di investimento in Serbia. Per quanto riguarda il numero di progetti, il comparto che guida la classifica degli IDE è infatti quello dell’automotive (8% degli IDE totali dal 2000), con il progetto Fiat che ha attratto in Serbia numerose aziende, contribuendo a creare un indotto consistente. Bisogna poi considerare il settore agroalimentare che si trova anch’esso ai primi posti della classifica degli IDE, sia in termini di valore che per quanto riguarda il numero di progetti; si tratta di un settore che, nella prima metà del 2014, ha fatto registrare 1,232 milioni di euro di esportazioni di prodotti agricoli.


In crescita sono inoltre i centri di Business Process Outsourcing (BPO), sviluppatisi anche grazie alla diffusa conoscenza nel Paese delle lingue straniere in generale e dell’inglese in particolare.
Per quanto riguarda poi il mercato immobiliare, si sta attualmente assistendo all’arrivo di un numero crescente di compagnie internazionali sul mercato e la domanda di nuovi uffici sta crescendo.
Altri settori da tenere in considerazione sono poi quello tessile (dove operano più di 1500 aziende che danno lavoro a 30000 persone) e quello del legno e dell’industria del mobile, il quale offre ampie possibilità di esportazione a partire da un territorio -la Serbia- ricoperto quasi per il 30% da foreste.

 

INIZIARE L’ATTIVITA’

Per iniziare un’attività in Serbia, di solito gli investitori internazionali scelgono di creare una Società a Responsabilità Limitata, per la quale il minimo del capitale richiesto è di un euro. Altre forme di costituzione normalmente adottate vanno dalla Società per Azioni alle Società in Accomandita semplici o in nome collettivo. Per una Srl il minimo del capitale richiesto è di 25.000 euro.
Una società può anche aprire un ufficio di rappresentanza in Serbia senza necessariamente possedere lo status di persona giuridica; la stessa società può anche avere uno o più rami in Serbia.
Tutte le forme di attività devono comunque essere registrate presso l’Agenzia dei Registri delle Attività serba, la procedura è rapida e semplice.

REGNO UNITO IMPORT EXPORT AZIENDE

Servizi d'internazionalizzazione per imprese e aziende

IL MERCATO DEL REGNO UNITO

 

Il Regno Unito e’ uno dei maggiori mercati di sbocco per le produzioni alimentari del nostro paese. Nel 2011 le esportazioni italiane di prodotti alimentari e bevande verso il Regno Unito hanno fatturato 1,986 miliardi di sterline rispetto ai 1,921 miliardi del 2012 (+3,38%). Le quantita’ sono aumentate del 2,35%. La quota di mercato detenuta dall’Italia nel 2011 e’ stata pari al 6,01, in valore che rappresenta un piccolo calo rispetto al dato relativo al 2010 che corrispondeva al 6,33%. Per quanto riguarda la quota di mercato dell’Italia per le quantita’ questa ha subito invece un piccolo aumento passando dal 5,87% nel 2010 al 5,96% nel 2011. La crisi finanziaria globale ha avuto effetti molto significativi, in particolare per l’occupazione e per il consistente indebitamento privato delle famiglie britanniche, determinando un raffreddamento della domanda. Dall’inizio del 2010, pero’, il miglioramento della congiuntura economica ha ridato impulso ai consumi. La sterlina era crollata all’apice della crisi mentre ora e’ in fase di recupero sull’euro, avvantaggiando gli importatori britannici. Il reddito medio nel 2010 e’ aumentato dell’1,90% rispetto all’anno precedente passando dalle £st 683 settimanali alle £st. 700. Nonostante l’elevato potere d’acquisto la percentuale di reddito disponibile che i britannici destinano ai consumi alimentari non e’affatto elevata. I dati piu’ recenti forniti dal DEFRA (Department for Environment, Food and Rural Affairs, il dicastero che incorpora Ambiente e Politiche Agricole) relativi alle spese per alimenti e bevande, evidenziano una crescita significativa dei consumi di alcuni prodotti con un migliore profilo nutrizionale. In generale le famiglie inglesi hanno aumentato la spesa destinata all’acquisto di frutta, di vegetali, di prodotti ittici, di latte parzialmente scremato e ridotto le uscite destinate ai dolciumi, alla birra ed alle bevande gassate. I prezzi dei prodotti alimentari sono considerabilmente aumentati dal 2007 per raggiungere nel luglio 2010 aumenti del +46% per le uova, del +43% per il burro, del +36% per la carne suina, del +27% per i formaggi, del +26% per il latte, del +23% per la carne bovina, del +22% per il pane e del +17% per le carni avicole. Nel 2010 l’ammontare medio che una famiglia inglese ha speso per cibi e bevande, incluse le bevande alcoliche ha raggiunto £ 39,23 per persona per settimana contro le £ 38,08 del 2009. La maggior parte di questa cifra riguardava prodotti alimentari per un ammontare di £ 24,50 per persona per settimana. Gli acquisti di bevande alcoliche sono aumentati del 6,4% nel 2010. Nel 2010 le famiglie hanno speso il 72% dell’intero ammontare per prodotti alimentari e bevande analcoliche nei supermercati. Per quanto riguarda le bevande alcoliche il 55% e’ stato acquistato e consumato in ristoranti, pubs, ecc. il 31% acquistato dai supermercati ed il rimanente 14% da negozi specializzati.

I CONSUMATORI

Uno studio divide i consumatori in quattro tipologie: • “Gourmless” (46%), non attenti alla qualità di prodotti e ingredienti e non interessati alla relazione alimentazione equilibrata/salute, i cui acquisti sono spesso determinati da esigenze di praticita’ e comodità e dalla necessità di un alimentazione veloce. • “Unconvenience” (24%), acquistano prodotti freschi di qualità nei supermercati. • “Locals” (16%), acquistano prodotti alimentari freschi e naturali, preferibilmente da piccoli punti vendita, anche in base a comodità e praticità d’acquisto. • “Puristi” (14%, 2/3 dei quali donne), acquistano esclusivamente prodotti alimentari d’elevata qualità, freschi e biologici. Tipologia di Consumatori Gourmless 46% Unconvenience 24% Locals 16% Puristi 14% Negli ultimi anni i temi etici e ambientali sono sempre piu’ sentiti nel Regno Unito. Sono nate nuove forme di collaborazione tra produttori, distributori e societa’ di risparmio energetico per ridurre le emissioni di CO2 nelle operazioni di trasporto e logistica. Il commercio equo e solidale cresce a ritmi sostenuti (le vendite dei 3.000 prodotti con etichetta Fairtrade1 - raddoppiati per numero dal 2005 al 2007 – hanno registrato nel 2007 un incremento del 70% rispetto al 2006) ed un incremento del 40% nel 2010 con un valore stimato a 1,17 miliardi di sterline rispetto ai 836 milioni di sterline del 2009. Il Regno Unito e’ il leader mondiale per le vendite di tè fairtrade con una quota del 70% Le maggiori catene di supermercati hanno eliminato i contenitori non bio-degradabili in numerose linee di prodotto, allo scopo di ridurre progressivamente il packaging e fornire maggiori informazioni nelle etichette. Cresciute di dieci volte in dieci anni, le vendite di cibo biologico continuano a segnalare un calo (-12,9% nel 2010 rispetto al 2009 e –19% nel 2008 rispetto al 2007), anche se la cultura dell’ organic food, promossa in modo forte dai media e dal governo, e’ entrata sempre piu’ nel DNA del consumatore britannico. Il settore Food e’ molto ampio e comprende un gran numero di sotto-settori. Analizzeremo in questo rapporto i sotto-settori di interesse prioritario per le aziende italiane: Prodotti di Salumeria, pelati, pasta, formaggi. L’olio di oliva ha un rapporto separato.

SISTEMA DISTRIBUTIVO

La maggior parte delle procedure d’acquisto viene gestita dalle sedi centrali dei grossisti, delle catene di negozi e delle associazioni costituite volontariamente fra i dettaglianti indipendenti. La centralizzazione degli acquisti favorisce naturalmente i fornitori di dimensioni medio-grandi, in grado di assicurare grandi volumi di produzione su tutto il territorio dello stato e penalizza le aziende piu’ piccole nelle trattative con i grandi gruppi che controllano quote elevate di mercato. Le piccole imprese riescono ad aumentare il proprio potere contrattuale nei confronti della GDO solo quando si dedicano a prodotti di nicchia di alta qualita’. In virtu’ dei grossi volumi di merce intermediati, i grandi gruppi riescono ad ottenere modalita’ di pagamento, sconti e contratti di coproduzione improponibili per il resto della filiera distributiva e dispongono di propri uffici acquisti nei principali paesi per ridurre i costi di approvvigionamento. Anche nel Regno Unito, i grossisti di limitate dimensioni e le piccole reti di punti vendita indipendenti si associano per creare catene volontarie e gruppi di acquisto, che permettono loro di operare con procedure centralizzate per gli acquisti e di coordinare le attivita’ promozionali. Grande Distribuzione Organizzata La spesa complessiva delle famiglie britanniche in prodotti alimentari di largo consumo si rivolge in primo luogo a Tesco, Sainsbury’s, Asda e WM Morrison - i cosiddetti “Big Four” - che rappresentano da soli il 77% del mercato della distribuzione alimentare. Quasi un terzo dell’intero mercato e’ controllato da Tesco, il cui primato risale alla seconda meta’ degli anni Novanta. Sainsbury’s, all’epoca leader del mercato, e’ oggi al terzo posto, superato – seppur di poco – da Asda, societa’ controllata dal gruppo statunitense Wal-Mart, il leader mondiale della grande distribuzione organizzata. Al quarto posto troviamo WM Morrison, il gruppo nato dalla fusione di Morrison con Safeway. A ridosso dei Big Four si pone, dal luglio 2008, Cooperative Food, la cui quota di mercato in seguito all’acquisizione di Somerfield ha raggiunto il 6,50%. A completare il panorama delle principali catene di supermercati nel Regno Unito stanno da una parte i discount (Aldi, Lidl, Netto ed altri gruppi minori), dall’altra le catene rivolte un pubblico di profilo elevato e diffuse soprattutto nel sud-est dell’Inghilterra (l’area piu’ ricca del paese), la piu’ importanti delle quali e’ Waitrose con una quota di mercato del 4,51%. Distributori indipendenti Il recente ingresso dei grandi gruppi della GDO nel segmento dei convenience stores evidenzia il rinnovato interesse dei consumatori verso la formula dei piccoli supermercati sottocasa. Il processo di consolidamento dei distributori indipendenti e’ destinato ad accelerare nei prossimi anni. Negli ultimi anni sono sorte diverse iniziative volte a rivitalizzare il commercio nei centri delle città ed a ridurre il potere dei supermercati e dei grandi centri commerciali. A favore dei negozi indipendenti opera, inoltre, la normativa sugli orari di apertura, anche se le principali catene di supermercati stanno comunque sperimentando orari di apertura prolungati in giorni prestabiliti

OPPORTUNITA’ PER LE AZIENDE ITALIANE

 

Il mercato dei prodotti alimentari italiani ha registrato negli ultimi anni sostenuti tassi di crescita. Le grandi catene distributive hanno risposto alla crescente domanda lanciando linee di prodotto private label made in UK con posizionamento premium e con etichette e messaggi che evocano atmosfere italianeggianti. Non sempre, tuttavia, il forte potere distributivo dei maggiori supermercati riesce a convincere i consumatori britannici. Una recente ricerca di mercato ha evidenziato che solo l‘11% del campione ritiene la qualità del private label “italianeggiante” paragonabile per qualita’ ai prodotti alimentari made in Italy. Nonostante la struttura di costo e il clima non permettano una significativa produzione locale per numerosi elementi caratterizzanti della tradizione alimentare del nostro paese, il Regno Unito può riservare grandi soddisfazioni alle aziende italiane che affrontano con determinazione e flessibilità il mercato britannico, il cui elemento chiave di differenziazione rispetto ad altri mercati europei e’ l’enorme potere d’acquisto di pochi operatori della GDO.

 

Per soddisfare la crescente domanda di prodotti alimentari italiani di qualità e cogliere le opportunità che derivano dal mercato britannico e della diversa filiera distributiva e’necessario:  Essere flessibili-innovativi, disponibili ad adattare prodotto, confezione ed etichetta alle diverse abitudini alimentari e d’acquisto dei consumatori britannici. I momenti di consumo alimentare nel Regno Unito all’interno di una giornata tipo sono diversi da quelli del nostro paese. La sfida per l’ imprenditore italiano che intende avere successo nel mercato britannico e’ quella di trovare la formula magica che coniughi tradizione e innovazione.  Puntare sulla qualità e sui canali distributivi che servono i segmenti di mercato sensibili a qualita’, rispetto per l’ambiente e consumo etico. Per alcuni segmenti della popolazione britannica il prezzo non rappresenta il criterio principale in grado di indirizzare gli acquisiti. Una fetta di consumatori si mostra, infatti, disponibile a sperimentare prodotti che incorporino contenuti di qualità, etica, ambiente e tradizione, anche a prezzi superiori.  Focalizzare l’attenzione sui segmenti del mercato britannico più sensibili alla qualità del cibo e degli alimenti made in Italy. Le PMI del nostro paese possono trovare interessanti nicchie di mercato in Gran Bretagna puntando sui segmenti locals e puristi, mentre i budget promozionali delle PMI e degli enti territoriali del nostro paese sono di norma insufficienti per realizzare efficaci campagne di comunicazione/promozione che contribuiscano a modificare in maniera duratura la percezione dei consumatori non consapevoli delle specificita’ della cucina italiana (i cosiddetti gourmless). Circa un terzo dei consumatori britannici ritiene i prodotti alimentari italiani ottimi per una dieta salutare. E’ su questa fascia che le PMI devono puntare.

Pianificare e ottimizzare la logistica e trasporto Italia-Regno Unito. Tempi e costi di trasporto si rivelano spesso una barriera difficile da superare per le PMI italiane che tentano di entrare nel mercato britannico. Gli importatori preferiscono spesso avviare la collaborazione con le PMI italiane con piccoli ordini, sia per non riempire il magazzino, sia per gli elevati costi fissi del Regno Unito (in particolare di Londra2 ). Numerosi operatori italiani hanno deciso in passato di non procedere con piccoli ordini provenienti dal Regno Unito per l’elevata incidenza dei costi di trasporto. Ma i piccoli ordini degli importatori/grossisti possono costituire in alcuni casi la premessa per fruttuosi rapporti commerciali nel medio periodo.  Investire in comunicazione, soprattutto per le aziende alimentari italiane mediograndi, con marchi apprezzati nel nostro paese e capacità produttiva non pienamente utilizzata. Oltre il 50% del fatturato dei supermercati inglesi proviene dal private label ed in alcune categorie raggiunge il 70-80% . La GDO britannica ha difficoltà ad instaurare relazioni commerciali durature con aziende italiane piccole che producono alimenti e bevande poco conosciuti. Per guadagnare il giusto posizionamento negli scaffali della GDO e margini unitari di contribuzione, investire nella comunicazione (ad es. sponsorizzando eventi commerciali/no-profit, collaborando con alcuni dei più popolari chef britannici che promuovono già la cucina italiana, attivando campagne ben focalizzate sul target da raggiungere, anche in collaborazione con le riviste in house dei supermercati, etc..) diventa fondamentale.  adattare il packaging ai gusti-legislazione locale, vista la diversita’ rispetto a quello italiano utilizzato nelle confezioni dei prodotti alimentari e delle bevande. Prima di avviare attività di marketing sul mercato britannico, si suggerisce di verificare gli standard previsti dalla legge/associazione di categoria3 . Per emergere in un mercato molto competitivo (e in alcuni segmenti maturo) e’ inoltre necessario proporre i prodotti adattando la confezione/etichetta alle recenti tendenze del mercato.

studio legale coviello

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