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L'AVVOCATO NICOLA COVIELLO 1868-1914

E LA STORIA DEL DIRITTO CIVILE IN ITALIA

Nacque a Tolve in provincia di Potenza il 2 nov. 1867 da Domenico e da Rosa Maria Summa. Dopo aver compiuto gli studi secondari nel paese natale, fu indirizzato agli studi giuridici dal padre, Domenico, consigliere di Corte di appello. Si trasferì quindi a Napoli ove s'iscrisse nella facoltà di giurisprudenza e si laureò nel 1888 discutendo una tesi sulle servitù irregolari, poi pubblicata in quello stesso anno sull'Archivio giuridico.

Entrato giovanissimo in magistratura, più per assecondare le aspirazioni paterne che per intimo convincimento, ben presto si dimise per intraprendere la carriera accademica. La sua conoscenza con E. Gianturco, che in quegli anni insegnava come libero docente nella facoltà giuridica napoletana e del quale divenne fedele discepolo, influì in maniera determinante su di lui, portando alla luce la sua predilezione per gli elementi teorici e storici del diritto. Nel 1892, a soli 25 anni, conseguì la libera docenza in diritto civile, tenendo, dinanzi alla commissione presieduta da E. Pessina e composta dal presidente della Corte di cassazione di Napoli G. Mirabelli e dai professori E. Gianturco, P. Fiore e A. Guarracino, una brillante lezione sul diritto di superficie, pubblicata poi, con il titolo Della superficie considerata anche in rapporto al suolo e al sottosuolo, nell'Archivio giuridico, XLIX (1892), pp. 3-195.

Cominciò così con l'insegnamento libero presso l'università di Napoli; dopo due anni passò come incaricato di istituzioni di diritto privato presso la facoltà di giurisprudenza di Urbino; ottenne successivamente la cattedra di diritto civile presso la facoltà di giurisprudenza dell'università di Catania nel 1896, cattedra che tenne - insegnando occasionalmente anche altre discipline, quali il diritto ecclesiastico e il diritto canonico - sino al giorno della sua morte.

Al C. fu negata l'apertura del concorso per la cattedra di diritto civile dell'università di Napoli - alla quale aspirava anche per motivi di salute - nel 1902 e, alla morte del Gianturco, nel 1907. In tutte e due le occasioni il fratello Leonardo non mancò di polemizzare con gli avversari del C. e addirittura nel 1907 li citò in tribunale (cfr. Stolfi, p. 30).

Gli anni successivi al concorso furono per il C. molto fertili. Già nel corso del 1896 aveva pubblicato sulla rivista Studi napolitani, Periodico universitario forense, II (1895, pp. 111-145, un interessante saggio sull'Equità nei contratti, dove aveva sostenuto, ispirandosi a principî evangelici, che la mancanza di equità specialmente nei contratti di lavoro "è una delle fonti principali, se non l'unica, della disuguaglianza sociale e della lotta di classe".

Egli, pur senza giungere a denunciare l'eguaglianza soltanto formale e non reale nei rapporti di lavoro, in quanto la proprietà di cui disponeva il lavoratore non era altro che uno stato di necessità, non mancò di osservare che la libertà contrattuale "senza eguaglianza significa libertà di uno solo o di più, e libertà di uno solo è tirannia da una parte, schiavitù dall'altra".

Con la prolusione catanese del 1897 su la Responsabilità senza colpa, in Riv. it. per le sc. giuridiche, XXIII (1897), pp. 188-218, il C. perveniva alla formulazione di un sistema dogmatico che da un lato avvertiva l'insufficienza degli schemi logici offerti in argomento dal Codice civile del 1865 e dall'altro rifiutava la "vieta teorica dell'inversione dell'onere della prova", proposta dalla corrente del socialismo giuridico.

In quegli anni, infatti, mentre la civilistica italiana più tradizionale si manteneva ancora legata agli schemi anticoncettualistici e all'indirizzo esegetico proprio della scuola francese, alcuni giuristi particolarmente attenti alla realtà sociale del paese e alle sue nuove evidenti e dilaceranti contraddizioni sostennero la necessità di una legislazione sociale fortemente progressista in grado di regolare anche i rapporti fra industriali e "classi lavoratrici".

Al dibattito aperto in quel periodo intorno al Codice civile il C. offrì - come già il Gianturco - una soluzione di compromesso che accoglieva le "moderne idee sociali innovatrici della scienza giuridica" al fine di ristabilire l'"armonia del diritto". Egli indicò, in effetti, la necessità di nuovi principî generali del diritto privato fondati su una visione matura dei compiti dello Stato, quale mediatore nell'economia e fra le classi sociali.

Affrontando il tema della responsabilità degli imprenditori per gli infortuni sul lavoro, invitò appunto a "valicare gli angusti confini della colpa per trovare il rimedio che con tant'ansia si cerca" sulla nuova "teoria del rischio industriale", secondo cui "l'imprenditore come gode i vantaggi della propria industria, così ne sopporta le conseguenze dannose". Senza aderire, dunque, a quelli che definiva i "sistemi socialisti", si spinse con slancio solidaristico verso una soluzione teorica capace di conciliare il diritto civile col nascente diritto del lavoro.

Esclusivamente influenzato dalla pandettistica tedesca appare, invece, il lavoro pubblicato l'anno precedente e intitolato La successione nei debiti a titolo particolare (Bologna 1896). In quest'opera nulla venne concesso alla considerazione antindividualistica della realtà sociale ed alle valutazioni umanitarie. Sotto l'influsso degli studi romanistici e della sola letteratura tedesca egli si mosse, con stringente sistematicità, verso la costruzione meramente formalistica dell'istituto.

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Tale indirizzo metodologico venne abbandonato nei due volumi dedicati alla Trascrizione ed editi a Napoli tra il 1897 e il 1898. In quest'opera, che affrontava un tema "connesso ad uno dei fondamentali problemi dell'economia nazionale" (Ascoli) e strettamente legato al vigente regime della proprietà immobiliare, egli non ritenne di "discutere della giustificazione del diritto di proprietà" ma intese occuparsi solo del "diritto positivo e vigente" non già di quello "filosofico ed astratto".

In questo lavoro, pubblicato a distanza di appena due anni da quello sulla Successione nei debiti a titolo particolare, è evidente il recupero della letteratura esegetica francese utilizzata anche nei capitoli dedicati ai cenni storici ed ai principî generali nonché l'attento e minuzioso esame "di tutte le questioni analitiche che s'incontrano nell'applicazione delle disposizioni positive di legge". Per questo particolare carattere la monografia sulla trascrizione fu molto apprezzata anche dai pratici, i quali - come scrisse Carnelutti nel 1913 - "con fiducia e con fortuna" si affidarono all'opera del C. per cercare "il filo per orientarsi nel labirinto di una controversia particolare".

L'attività scientifica del C. nei primi anni del XX secolo fu tutta rivolta a problemi di diritto ecclesiastico e di diritto canonico. È del 1901 lo scritto sulla Chiesa cattolica e le disposizioni testamentarie in suo favore apparso in un volume per le nozze del prof. Vadalà Papale e pubblicato con qualche aggiunta nella Giurisprudenza italiana dello stesso anno (parte IV, pp. 327-337); del 1904 La massa comune dei capitoli cattedrali e del 1906 La conversione della rendita rispetto agli enti ecclesiastici, entrambi pubblicati sulla Rivista di diritto eccles. (XII, [1904], pp. 385-448 e XVI [1906], pp. 567-578); del 1909 l'articolo Dei modi per rendere efficace la costituzione di patrimonio sacro stampato sugli Studi in onore di F. Ciccaglione, Catania 1909, 11, 2, pp. 46-62; infine del 1910 L'impotenza relativa come causa d'annullamento al matrimonio edito sulla Rivista di diritto civile (II [1910], pp. 1-15). Appartengono a questo periodo anche i due volumi del Manuale di diritto ecclesiastico, pubblicato postumo a cura di Vincenzo Del Giudice (Roma 1915-16). All'opera affettuosa del fratello Leonardo si deve invece, nel 1914, la pubblicazione postuma in una edizione litografica Delle successioni, Parte generale, frutto delle lezioni dettate agli studenti dal C. nell'anno accademico 1905-1906.

Quest'opera, che espone i principî della successione legittima e di quella testamentaria, fu ristampata dal fratello Leonardo una terza volta nel 1932 a Napoli. In quest'ultima edizione però, anche se la vasta trama della trattazione è ancora quella delle lezioni, l'intervento di Leonardo modifica l'originaria prospettiva didattica e tende a offrire un quadro generale più adatto alla discussione scientifica e più aderente agli apporti giurisprudenziali.

Non risentono invece del contributo del fratello le riedizioni - di cui l'ultima nel 1929 - del Manuale di diritto civile italiano, Parte generale, pubblicato per la prima volta nel 1910. Qui l'aspetto didattico - già nell'edizione originaria - non è affatto prevalente. Invero il C. si allontana sin dalle prime pagine dallo schema segnato dal codice per ricercare una formulazione teorica che consenta di ricostruire in maniera sistematica la complessa materia.

Il Manuale è senz'altro l'opera più matura del Coviello. "Esempio per molte parti nuovo ed eccellente" (Carnelutti), che non solo veniva a colmare un vuoto della civilistica italiana del tempo, in quanto sino ad allora nei corsi istituzionali più che altro ci si limitava al commento delle singole disposizioni del codice, ma rivelava anche la notevole duttilità intellettuale del suo autore, la sua capacità di ordinare, chiarire, filtrare i risultati dell'elaborazione anteriore, con "mente non ingombra da erudizione mal digerita né annebbiata da troppo facili entusiasmi per tutto ciò che ha marca straniera" (Ascoli).

Nel Manuale egli evitò la discussione dottrinale e cercò di esporre i principî generali con grande precisione di linguaggio e costante semplicità. Poco spazio è dedicato alla trattazione dell'origine storica dei vari istituti e all'indagine esegetica delle disposizioni del Codice civile del 1865. Il Mattuale, peraltro, non segue il sistema pandettistico di suddivisione della materia: in effetti, alla classica esposizione dei rapporti obbligatori e di successione il C. sostituì con originalità la trattazione del negozio giuridico e dei nodi teorici direttamente collegati al potere di disposizione dei soggetti privati.

Il Manuale, anche grazie alla longevità editoriale assicuratogli dal fratello Leonardo, assegnò al C. una posizione di primo piano nel pensiero giuridico della prima metà del Novecento.

Il C. morì a Napoli il 1º ag. 1913.

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