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Accertamenti su royalty: come provare il valore di mercato

  • 8 minuti fa
  • Tempo di lettura: 12 min

Mani che valutano il valore di un bene immateriale

Per far riconoscere una royalty in sede di accertamento, l’azienda deve dimostrare tre elementi congiunti: effettività dell’operazione, inerenza del costo all’attività d’impresa e congruità del corrispettivo rispetto al valore di mercato. Senza questa combinazione, l’Amministrazione finanziaria ha margini ampi per disconoscere in tutto o in parte la deducibilità del canone.

 

La difesa si costruisce su un fascicolo documentale preciso, non su argomentazioni generiche. Gli elementi probatori da avere pronti, in ordine di priorità, sono:

 

  • il contratto di licenza con clausole dettagliate su oggetto, durata, base di calcolo e territorio;

  • una perizia di valutazione indipendente che giustifichi la percentuale o il corrispettivo applicato;

  • un’analisi comparabili o uno studio di transfer pricing, se l’operazione coinvolge parti correlate;

  • documentazione operativa che colleghi la royalty a risultati economici concreti (fatture, piani marketing, flussi finanziari).

 

Un consiglio: quando l’operazione è infragruppo, l’onere della prova si sposta quasi interamente sul contribuente: l’Agenzia parte spesso dal presupposto di un possibile arbitraggio fiscale, e senza un dossier tecnico solido la contestazione diventa quasi automatica.

 

Punti chiave

 

Per resistere a un accertamento su royalty e licenze serve un fascicolo che integri contratto, perizia indipendente e prove operative collegate a risultati economici verificabili.

 

Punto

Dettagli

Tre requisiti essenziali

Effettività, inerenza e congruità devono risultare tutte insieme dalla documentazione prodotta.

Soglia del 5% non vincolante

La Cassazione ammette percentuali superiori se supportate da perizie e comparabili adeguati.

Perizia contestuale, non a posteriori

Commissionare la valutazione in fase di negoziazione rafforza la credibilità della prova.

Prova operativa indispensabile

Piani marketing, ordini e report vendite collegano la royalty a un’utilità economica reale.

Supporto specialistico

Studiolegalecoviello assiste nella redazione di contratti, perizie e analisi di transfer pricing prima che nasca la contestazione.

Indice

 

 

Accertamenti fiscali su royalty e licenze: come dimostrare il valore di mercato

 

Il tema centrale di ogni verifica su royalty e licenze è sempre lo stesso: il canone pagato riflette davvero un valore di scambio che due parti indipendenti avrebbero accettato? Questa domanda, in gergo tecnico, si chiama principio del valore normale, e attraversa tutta la normativa fiscale su marchi, brevetti e know-how.

 

Le licenze e il fisco si intrecciano proprio su questo punto: non basta che il contratto esista, deve esistere una logica economica verificabile dietro la percentuale o l’importo fissato. Gli accertamenti fiscali su licenze più aggressivi nascono quasi sempre dall’assenza di una motivazione tecnica del corrispettivo, non dalla sua entità in sé.

 

Cosa sono royalty e licenze secondo il fisco italiano

 

Non tutte le royalty sono uguali agli occhi del fisco. Il canone per un marchio, quello per un brevetto e quello per know-how o software seguono logiche di valutazione diverse, perché diverso è l’asset che genera il flusso reddituale.

 

  • Marchi: il valore dipende da notorietà, quota di mercato, investimenti pubblicitari sostenuti nel tempo.

  • Brevetti: il valore è legato al vantaggio competitivo tecnico, alla durata residua di protezione e al mercato di applicazione.

  • Know-how: più difficile da isolare, richiede prova di trasferimento effettivo di competenze non pubbliche.

  • Software: la qualificazione oscilla tra royalty e corrispettivo per servizio, e questo cambia il trattamento fiscale e convenzionale.

 

Il criterio che lega tutto è l’inerenza, disciplinata dall’articolo 109 del TUIR: un costo è deducibile solo se correlato, anche indirettamente, all’attività da cui deriva reddito imponibile. Una royalty pagata per un marchio mai utilizzato in azienda, o per un brevetto non applicato a nessun processo produttivo, rischia la ripresa fiscale integrale.

 

C’è poi una distinzione contabile che pesa quanto quella fiscale: un canone periodico legato all’uso corrente dell’asset è generalmente deducibile nell’esercizio, mentre un pagamento upfront per l’acquisizione di diritti a beneficio pluriennale va spesso capitalizzato e amortizzato secondo la vita utile del diritto stesso.

 

Normativa fiscale su licenze e principi contabili da citare

 

Un fascicolo difensivo ben costruito non si limita a raccontare i fatti: cita le norme giuste, nell’ordine giusto. Il primo riferimento è l’articolo 103 del TUIR, che disciplina il regime fiscale dei costi per diritti di brevetto industriale, opere dell’ingegno e know-how, stabilendo che l’imputazione temporale segue i criteri contabili quando certezza e determinabilità dell’importo sono verificabili.

 

A questo si affianca l’articolo 110, comma 7, che regola le operazioni con parti correlate e impone la valutazione al valore normale per le transazioni infragruppo, anche quando una delle parti risiede all’estero. Quando la licenza coinvolge una controparte straniera, entra in gioco anche il coordinamento con le convenzioni contro le doppie imposizioni: l’articolo 12 del modello OCSE distingue tra royalty e pagamenti per servizi, una differenza che condiziona la potestà impositiva e la ritenuta applicabile.

 

Sul fronte contabile, i principi rilevanti sono l’OIC 24 per le immobilizzazioni immateriali e l’OIC 15 per i criteri di rilevazione temporale dei ricavi e costi. Il principio di derivazione rafforzata gioca un ruolo decisivo qui: per contratti di licenza annuali o pluriennali, l’imputazione temporale può seguire i criteri contabili quando c’è certezza e oggettiva determinabilità, come ha confermato l’Agenzia delle Entrate in un chiarimento riportato da Eutekne.

 

Nel fascicolo da portare al consulente, questi riferimenti vanno citati insieme, non isolati: l’articolo 103 giustifica la deducibilità, l’articolo 110 comma 7 la congruità, i principi OIC la corretta imputazione temporale.

 

Cosa dice la giurisprudenza sulla congruità delle royalty?

 

La Corte di Cassazione ha ripetutamente affrontato il tema dell’onere della prova nelle contestazioni su royalty, e l’orientamento più significativo riguarda proprio la famosa soglia del 5% del fatturato, spesso citata come parametro di riferimento nella prassi degli uffici.

 

La soglia del 5% per le royalties non è inderogabile: percentuali superiori possono essere giustificate se il contribuente produce perizie e analisi di mercato adeguate, e il giudice di merito deve motivare adeguatamente eventuali scostamenti dal valore dichiarato.

 

Questo principio, ribadito in diverse pronunce analizzate da LexCED, cambia radicalmente l’impostazione della difesa: non si tratta di restare sotto una soglia magica, ma di costruire un impianto probatorio che spieghi perché quella percentuale, anche se superiore alla media di settore, è quella corretta per il caso specifico.

 

La prassi amministrativa converge nella stessa direzione. Documenti tecnici pubblicati dal Ministero delle finanze confermano che il limite percentuale è un riferimento indicativo, non un vincolo giuridico, e che l’Amministrazione deve valutare caso per caso sulla base di comparabili reali.

 

Gli interpelli dell’Agenzia delle Entrate, dal loro lato, si sono concentrati soprattutto su due aspetti pratici:

 

  • l’imputazione temporale dei canoni pluriennali, confermando l’applicabilità della derivazione rafforzata quando il contratto prevede pagamenti certi e determinabili;

  • la consistenza tecnica delle perizie prodotte dal contribuente, che devono indicare metodologia, fonti dei comparabili e ipotesi di calcolo, non limitarsi a una cifra finale senza motivazione.

 

Chi si presenta a un contraddittorio con una perizia dettagliata e comparabili documentati parte da una posizione negoziale completamente diversa rispetto a chi porta solo il contratto originario.

 

Come si svolge un accertamento fiscale sulle royalty

 

Un controllo su royalty e licenze segue quasi sempre una sequenza riconoscibile, e conoscerla in anticipo permette di prepararsi prima che arrivi la richiesta formale.

 

  1. Avvio della verifica. Spesso parte da un controllo incrociato tra dichiarazioni dei redditi, bilanci e dati di settore, oppure da una selezione a rischio basata su indici di congruità anomali rispetto ai comparabili di mercato.

  2. Richiesta di documentazione. L’ufficio chiede il contratto di licenza, le fatture, la documentazione contabile e, sempre più spesso, la perizia di valutazione se disponibile.

  3. Eventuale perizia d’ufficio. In assenza di documentazione tecnica del contribuente, l’Amministrazione può commissionare una propria valutazione, spesso basata su parametri standard poco calibrati sul caso specifico.

  4. Contestazione formale. Se emergono scostamenti ritenuti significativi, arriva l’avviso di accertamento con la rideterminazione del reddito imponibile.

 

I rilievi più frequenti riguardano tre aree: la mancanza di inerenza (la royalty non sembra collegata a un’utilità economica reale), il dubbio sul beneficiario effettivo nei pagamenti verso l’estero, e l’incongruenza della percentuale applicata rispetto ai comparabili di settore.

 

Le conseguenze possono andare dalla semplice rettifica del reddito imponibile al recupero d’imposta con sanzioni e interessi. In questa fase, gli strumenti di difesa più efficaci restano il contraddittorio anticipato, la produzione tempestiva della perizia e, quando serve, il ricorso alla giustizia tributaria. Chi ha già affrontato un’ispezione simile trova utile ripercorrere le strategie difensive contro le contestazioni dell’Agenzia delle Entrate per capire quali documenti fanno davvero la differenza in sede di contraddittorio.

 

Come dimostrare il valore di mercato passo dopo passo

 

La determinazione del valore di mercato di una royalty non è un esercizio teorico da lasciare all’ultimo momento. È un processo che va costruito prima della firma del contratto, o almeno molto prima che arrivi una richiesta documentale dall’Agenzia.

 

Quando incaricare un perito e cosa chiedergli

 

Il momento giusto per commissionare una perizia è la fase di negoziazione del contratto, non quella successiva a un accertamento già avviato. Una perizia costruita a posteriori, per giustificare una percentuale già fissata, ha meno credibilità agli occhi di un giudice tributario rispetto a una valutazione contestuale all’operazione.

 

Al perito bisogna chiedere:

 

  • la metodologia utilizzata (percentuale sul fatturato, relief-from-royalty, comparabili di mercato) e le ragioni della scelta;

  • l’elenco dei comparabili selezionati, con criteri di comparabilità espliciti (settore, dimensione, territorio, natura dell’asset);

  • una dichiarazione di indipendenza rispetto alle parti del contratto, elemento che la giurisprudenza valorizza particolarmente;

  • ipotesi di calcolo trasparenti, verificabili e replicabili da un tecnico terzo.

 

Come costruire l’analisi comparabili e il transfer pricing

 

Quando la licenza coinvolge parti correlate, lo studio di transfer pricing diventa lo strumento centrale. La costruzione richiede fonti affidabili: database di royalty rate di settore, contratti comparabili pubblicamente disponibili, dati di operazioni analoghe concluse tra parti indipendenti.


Diagramma dei parametri di comparabilità nel transfer pricing

Le metriche di comparabilità da documentare includono il settore di attività, la dimensione dell’impresa licenziataria, il grado di esclusività della licenza, la durata del contratto e il territorio di applicazione. Più i comparabili sono vicini per queste caratteristiche, più l’analisi resiste a un contraddittorio serrato. Un approfondimento pratico su come stabilire un transfer price a prova di accertamento illustra bene quali fonti usare e come documentarle nel dossier.

 

Le evidenze operative che convincono un accertatore

 

La perizia da sola raramente basta. Serve una prova che la royalty produce effettivamente un’utilità economica misurabile per chi la paga:

 

  • piani marketing che documentano investimenti sul marchio licenziato;

  • ordini e fatture che collegano il prodotto a marchio al fatturato generato;

  • report vendite che mostrano l’andamento nel tempo del prodotto o servizio licenziato;

  • flussi finanziari tracciabili tra le parti, coerenti con quanto previsto dal contratto.

 

Un consiglio: tenete un archivio separato per ogni contratto di licenza attivo, aggiornato trimestralmente con fatture, report vendite e comunicazioni marketing. In caso di richiesta documentale, rispondere in pochi giorni con un fascicolo ordinato ha un peso psicologico notevole sul funzionario che conduce la verifica.

 

Quali metodi si usano per valutare il valore di mercato delle royalty?

 

La percentuale sul fatturato è il metodo più diffuso, ma non è universale né sempre appropriato. Funziona bene quando esistono comparabili di settore solidi e quando il fatturato del licenziatario riflette in modo lineare l’uso dell’asset licenziato. Richiede comunque una documentazione che spieghi perché quella specifica percentuale, e non un’altra all’interno del range di settore, è stata scelta.

 

I comparabili di mercato restano il pilastro di ogni valutazione seria, ma vanno reperiti con criterio: settori affini, dimensioni comparabili, territori simili. Il limite più evidente riguarda gli asset unici, come un marchio con storia particolare o un brevetto senza equivalenti diretti sul mercato: qui i comparabili puri diventano difficili da trovare, e serve un aggiustamento tecnico motivato che tenga conto delle differenze.

 

Esistono approcci alternativi utili in casi specifici:

 

  • fee per unità: un importo fisso per pezzo prodotto o venduto, adatto quando il volume è facilmente tracciabile;

  • upfront capitalizzato: un pagamento iniziale che l’azienda ammortizza nel tempo, tipico di trasferimenti di know-how con beneficio pluriennale;

  • relief-from-royalty: stima il valore dell’asset calcolando i canoni risparmiati non dovendo licenziarlo da terzi;

  • metodo residuale: attribuisce all’intangibile il reddito residuo dopo aver remunerato tutti gli altri fattori produttivi, utile per asset che generano la maggior parte del valore aggiunto.

 

La scelta del metodo va sempre motivata in relazione alla natura specifica dell’asset, non applicata per abitudine di settore.

 

Checklist documentale per affrontare una verifica

 

Prima che arrivi qualsiasi richiesta formale, conviene avere già pronto un fascicolo con questi elementi, nell’ordine in cui un verificatore tende a richiederli:

 

  1. Contratto di licensing completo, con clausole su oggetto della licenza, base di calcolo del corrispettivo, durata, territorio, esclusività e clausole di audit periodico.

  2. Perizia o valuer report, con metodologia esplicita, elenco comparabili, ipotesi di calcolo e dichiarazione di indipendenza del perito.

  3. Piani marketing e budget di valorizzazione relativi al marchio o all’asset licenziato, con evidenza degli investimenti effettivamente sostenuti.

  4. Ordini, fatture e report vendite che collegano l’uso dell’asset ai ricavi generati nel periodo di riferimento.

  5. Tracciamento dei flussi finanziari tra licenziante e licenziatario, coerente con quanto stabilito contrattualmente.

 

Portare questo fascicolo completo al consulente, prima ancora che arrivi la richiesta dell’Agenzia, permette di individuare eventuali lacune con largo anticipo. Una guida pratica sulla pianificazione fiscale di marchi e royalty approfondisce come organizzare questi documenti per settore di attività.

 

Gli errori più comuni nella difesa delle royalty

 

Tre errori ricorrenti compromettono più di ogni altra cosa la solidità di una difesa. Il primo è fissare percentuali senza alcuna motivazione scritta, spesso copiate da contratti simili senza verificarne la comparabilità reale. Il secondo è affidarsi a perizie generiche, prive di comparabili specifici e di ipotesi di calcolo verificabili. Il terzo è l’assenza totale di prova operativa: nessun piano marketing, nessun collegamento tracciabile tra royalty e risultati di vendita.

 

Le best practice che riducono il rischio sono altrettanto chiare:

 

  • inserire clausole di audit e revisione periodica nel contratto, così la percentuale può essere aggiornata con motivazione documentata nel tempo;

  • rivedere la congruità della royalty almeno ogni due o tre anni, non lasciarla invariata per l’intera durata del contratto;

  • documentare sistematicamente investimenti e risultati collegati all’asset licenziato, non solo al momento della firma.

 

Un consiglio: coinvolgete un consulente legale e fiscale già nella fase di negoziazione del contratto, non solo quando arriva la contestazione. Le clausole scritte bene in origine valgono più di qualsiasi difesa costruita a posteriori.

 

Due casi pratici: cosa cambia con la documentazione giusta

 

  1. Caso con documentazione solida. Un’azienda licenzia un marchio a una controllata estera con una perizia indipendente redatta al momento della firma, comparabili di settore documentati e piani marketing che dimostrano investimenti concreti nel marchio. In sede di verifica, l’Agenzia contesta inizialmente la percentuale, ma il fascicolo completo permette di chiudere la questione in contraddittorio, senza arrivare all’avviso di accertamento.

  2. Caso con documentazione carente. Un’altra azienda applica una royalty simile ma senza perizia, senza comparabili e senza prova di utilizzo effettivo del marchio nei processi di vendita. L’ufficio ridetermina il reddito imponibile, disconoscendo gran parte del costo per difetto di inerenza e congruità documentata.

 

Nel secondo caso, sarebbe bastata una perizia contestuale alla firma del contratto e un archivio ordinato di fatture e report vendite per ribaltare completamente l’esito, come confermano anche le analisi di Fiscomania sulle strategie difensive negli accertamenti sulle royalty.

 

L’esperienza di Studiolegalecoviello nella difesa fiscale sulle royalty

 

Nella nostra attività di consulenza su proprietà industriale e licensing internazionale, incontriamo spesso aziende che si presentano al contraddittorio con un contratto e nulla più. La differenza tra una contestazione chiusa in fase amministrativa e un contenzioso lungo anni sta quasi sempre nella qualità del fascicolo tecnico predisposto prima, non dopo.

 

Il consiglio che diamo con più insistenza è questo: fate un audit preventivo dei contratti di licenza attivi e predisponete la perizia prima che arrivi qualsiasi richiesta, non dopo. La prevenzione costa meno di una rideterminazione del reddito imponibile con sanzioni.

 

— STUDIO

 

Come Studiolegalecoviello può aiutarti a costruire una difesa solida

 

Studiolegalecoviello segue aziende e professionisti nella redazione di contratti di licensing, nella predisposizione di perizie di valutazione e nell’analisi di transfer pricing, con un approccio che integra competenza legale e tecnica fin dalla fase di negoziazione, non solo in fase di difesa.

 

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Studiolegalecoviello

 

A differenza di un intervento tardivo, quando l’avviso di accertamento è già arrivato e i margini di manovra si riducono, lavorare con un consulente specializzato nella fase contrattuale permette di costruire il fascicolo probatorio insieme al contratto stesso: percentuali motivate, comparabili documentati, clausole di audit già previste. Chi si occupa di marchi con una storia consolidata o di asset industriali complessi trova spesso utile partire da una consulenza dedicata alle differenze tra diritto d’autore e marchio, utile per inquadrare correttamente la natura dell’asset licenziato prima ancora di fissarne il valore. Se gestite contratti di licenza attivi o in fase di negoziazione, il passo successivo è una verifica preliminare della documentazione esistente: contattate lo studio per un audit del contratto e della perizia disponibile.

 

Fonti

 

 

Domande frequenti

 

Come si dichiarano le royalty percepite da piattaforme come Amazon?

 

Le royalty da piattaforme editoriali o di self-publishing vanno dichiarate come reddito diverso o d’impresa, secondo il regime del percipiente, e sono soggette a ritenuta se pagate da un soggetto sostituto d’imposta italiano.

 

Come vengono tassate le royalty per l’utilizzo di un marchio?

 

Le royalty per marchi sono deducibili in capo al licenziatario secondo l’articolo 103 del TUIR se inerenti all’attività, e costituiscono reddito imponibile per il licenziante, con ritenuta alla fonte se il beneficiario è estero.

 

Come vengono calcolate le royalty in pratica?

 

Il metodo più usato è la percentuale sul fatturato generato dal prodotto o servizio licenziato, ma si utilizzano anche fee per unità venduta, pagamenti upfront capitalizzati o il metodo relief-from-royalty, a seconda della natura dell’asset.

 

Come si valuta il valore di mercato di un marchio in sede di accertamento?

 

Il valore si determina tramite perizia indipendente, analisi di comparabili di settore e, per operazioni infragruppo, uno studio di transfer pricing: la sola percentuale dichiarata nel contratto non basta come prova.

 

Studiolegalecoviello si occupa di perizie per royalty e licenze?

 

Sì, Studiolegalecoviello assiste nella redazione di contratti di licensing, nella predisposizione di perizie di valutazione e nell’analisi di transfer pricing per aziende che devono dimostrare la congruità delle royalty applicate.

 

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