Come calcolare il transfer pricing del marchio? studio coviello: Guida 2026
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Se stai leggendo questo articolo, probabilmente sei in una di queste situazioni. Hai un marchio in una società del gruppo e un’altra società lo usa per vendere. Oppure stai centralizzando gli asset immateriali, magari in una holding, e il CFO ti ha fatto la domanda giusta al momento giusto: come si calcola un canone di royalty che regga davvero in caso di verifica?
Il punto critico non è solo trovare un numero plausibile. Il punto è costruire un calcolo che abbia una logica economica, una base documentale e una tenuta difensiva. Nel transfer pricing del marchio, il problema non nasce quasi mai dalla formula in sé. Nasce quando il tasso scelto non è coerente con le funzioni svolte, con il settore, con la forza del brand o con i documenti firmati tra le società.
Nella pratica professionale, la domanda “come calcolare il transfer pricing del marchio? studio coviello” va affrontata in due tempi. Prima si definisce il perimetro giuridico e valutativo. Poi si costruisce una posizione che non si limiti ad essere teoricamente corretta, ma che sia anche difendibile davanti all’Agenzia delle Entrate.
Il Quadro Normativo del Transfer Pricing per i Marchi
Il transfer pricing del marchio in Italia non è un esercizio libero. È regolato dall’articolo 110 del TUIR e dalle Linee Guida OCSE, che impongono il rispetto del principio di libera concorrenza, cioè dell’arm’s length principle. In termini semplici, il prezzo applicato tra società del gruppo deve essere equivalente a quello che due soggetti indipendenti avrebbero concordato sul mercato aperto.

Per i marchi, questo principio ha una conseguenza immediata. Se una consociata utilizza il brand per vendere prodotti o servizi, non basta dire che il marchio appartiene al gruppo. Occorre dimostrare perché il corrispettivo pattuito è congruo. La prassi richiede che le royalties siano determinate secondo criteri di mercato, spesso come percentuale del fatturato netto generato dal licenziatario.
Secondo quanto riportato nella guida di valutazione del marchio e deducibilità fiscale, per i trasferimenti a società collegate il valore di mercato deve essere documentato e, in assenza di perizia, l’Agenzia può contestare l’operazione anche sul piano della deducibilità.
Quando scatta davvero il tema transfer pricing
Molte imprese pensano al transfer pricing solo quando emettono una fattura di royalty. È tardi. Il tema nasce prima, quando nel gruppo si separano tre elementi:
Titolarità giuridica del marchio. Chi risulta proprietario del segno registrato.
Sfruttamento economico del marchio. Chi lo usa per vendere, distribuire, promuovere.
Funzioni e rischi connessi al brand. Chi investe, chi difende il marchio, chi sostiene i costi promozionali e chi incassa il ritorno economico.
Se questi tre piani non coincidono, il transfer pricing entra in gioco.
Regola pratica: il fisco non guarda solo il certificato di registrazione. Guarda chi fa cosa, chi sostiene i costi e chi beneficia davvero del marchio.
Cosa significa arm’s length nella pratica
L’arm’s length non è un’etichetta da inserire nel contratto. È un test. L’Agenzia delle Entrate lo usa per verificare se il gruppo ha attribuito al marchio un valore coerente con la realtà economica.
Questo comporta almeno quattro verifiche operative:
Identificare la transazione controllata. Licenza del marchio, cessione, sub-licenza, conferimento.
Definire la base di calcolo. Di solito fatturato netto del licenziatario, ma in alcuni assetti può avere senso una base diversa, se ben motivata.
Selezionare un metodo valutativo accettabile.
Predisporre documentazione contemporanea e coerente.
Chi salta uno di questi passaggi di solito finisce in difficoltà in audit. Non perché il marchio non abbia valore, ma perché quel valore non è stato costruito in modo verificabile.
Dove le aziende sbagliano più spesso
Gli errori ricorrenti non sono sofisticati. Sono errori di impostazione:
Royalty decisa “per prassi interna” senza benchmark.
Contratto di licenza firmato dopo l’inizio dell’uso del marchio.
Assenza di analisi funzionale tra titolare e utilizzatore.
Valore del brand confuso con il valore dell’intera azienda.
Il marchio può essere un asset strategico, ma fiscalmente conta solo se viene tradotto in una logica misurabile. È qui che il diritto IP incontra la fiscalità d’impresa. E se quell’incontro non è ben documentato, il rischio di rettifica aumenta.
Scegliere il Metodo di Valutazione Corretto
Una contestazione tipica parte così. Il gruppo applica una royalty al marchio, il numero sembra ragionevole, ma in verifica manca la logica che collega quel tasso ai fatti, alle funzioni svolte e ai dati disponibili. In quel momento il problema non è solo la stima. È la tenuta della posizione fiscale.

Il metodo corretto è quello che regge su tre piani insieme: coerenza economica, disponibilità di dati verificabili e difendibilità in audit. Un CFO deve ragionare in questi termini. Un metodo sofisticato, ma costruito su comparabili deboli o su proiezioni non tracciabili, espone più di un approccio prudente fondato su documenti solidi.
I metodi da considerare davvero
Nella pratica del transfer pricing del marchio, le alternative serie sono queste:
Metodo | Principio di Base | Quando Utilizzarlo | Complessità e Dati Richiesti |
|---|---|---|---|
CUP o metodo di mercato | Confronta la royalty con transazioni comparabili tra indipendenti | Utile quando esistono licenze comparabili affidabili | Alta sensibilità alla qualità dei comparables |
Metodo del costo | Valuta il marchio in base ai costi sostenuti per crearlo o svilupparlo | Può servire per marchi giovani o con dati reddituali fragili | Semplice in apparenza, ma spesso poco rappresentativo del valore economico |
Metodo del reddito | Stima i flussi economici futuri attribuibili al marchio | Preferibile quando il brand genera ricavi prevedibili | Richiede proiezioni, benchmark e tasso di attualizzazione |
TNMM | Verifica la congruità tramite margini netti di una parte testata | Utile come supporto quando il focus è sull’equilibrio economico della parte licenziante o licenziataria | Dipende da buona selezione dei comparabili funzionali |
Profit Split | Ripartisce il profitto tra le parti in funzione del contributo economico | Adatto a strutture integrate con contributi intangibili forti da più società | Complesso e più difficile da spiegare in PMI |
Il punto non è conoscere l’elenco. Il punto è scegliere il metodo che descrive meglio come il marchio produce valore nel gruppo.
Dove si decide davvero la qualità della scelta
Il CUP è spesso la prima opzione che un ufficio fiscale vorrebbe usare, perché parla il linguaggio del mercato. Funziona solo se i contratti comparabili sono davvero comparabili per settore, territorio, forza distintiva del marchio, durata della licenza, esclusiva e funzioni svolte dalle parti. Se uno di questi elementi cambia in modo rilevante, il benchmark perde forza e l’Agenzia lo attacca con facilità.
Il metodo del costo raramente basta per un marchio maturo. I costi storici di registrazione, promozione o sviluppo commerciale spiegano quanto è stato speso, non quanto l’asset sia capace di generare reddito oggi. In contenzioso, questo scarto pesa.
Per molte PMI italiane, il metodo del reddito resta la scelta più lineare quando il marchio è già sfruttato in commercio e incide sulle vendite. Collega la valutazione ai flussi attesi e consente di motivare la royalty con una logica che un verificatore può ricostruire. È anche il metodo che, se documentato bene, offre una base più credibile per sostenere la deducibilità e la congruità del canone.
Il vero criterio: difendibilità
Nello Studio Coviello vediamo spesso un errore ricorrente. Il metodo viene scelto per arrivare a un risultato desiderato, non perché sia il più coerente con la transazione controllata. Questo approccio lascia tracce. Le lascia nelle assunzioni, nelle esclusioni di comparabili, nella base di calcolo della royalty e nella difficoltà di spiegare perché una società del gruppo meriti proprio quel ritorno economico.
Un metodo difendibile, invece, presenta quattro qualità operative:
identifica con precisione quale marchio viene concesso in uso;
separa il valore del brand da quello di altri asset o funzioni commerciali;
usa dati che un terzo può verificare;
produce un risultato coerente con il profilo funzionale di licenziante e licenziatario.
Qui si gioca gran parte della difesa.
La scelta più solida per molte imprese
Se il marchio ha una storia commerciale, ricavi osservabili e un ruolo riconoscibile nelle vendite, il metodo reddituale è spesso la soluzione più prudente. Se invece il segno è recente, opera in un mercato ancora instabile o manca una base attendibile di previsioni, può essere necessario affiancare più metodi o usare il costo solo come controllo secondario, non come unico fondamento della stima.
Per questo la perizia non va trattata come un allegato formale. Serve a dimostrare perché il metodo scelto è coerente con l’uso reale dell’asset. Una guida utile su questo punto è perché fare la perizia di stima del marchio.
Tre domande che aiutano a decidere
Prima di chiudere il metodo, conviene verificare tre aspetti:
Esistono comparabili esterni affidabili? Se sì, il CUP può avere spazio, ma solo dopo aggiustamenti seri e motivati.
Il marchio produce flussi futuri ragionevolmente prevedibili? Se sì, il metodo del reddito offre spesso una base più credibile.
Più società contribuiscono in modo rilevante al valore del brand? Se sì, TNMM o Profit Split possono diventare necessari, soprattutto nei gruppi più integrati.
In audit nessuno premia il metodo più elegante. Regge il metodo che resta coerente con i fatti, con i documenti e con il comportamento effettivo delle società coinvolte.
Calcolo Pratico con il Metodo Relief-from-Royalty
Un CFO chiude il budget con una royalty infragruppo già impostata. Poi arriva la domanda che conta in verifica: perché proprio quel tasso, su quella base, per quel marchio? Il Relief-from-Royalty serve a rispondere a questa domanda con un percorso che un verificatore possa seguire, contestare su singoli passaggi, ma non liquidare come arbitrario.

La logica del metodo è nota. Si stima quale canone un soggetto indipendente avrebbe accettato di pagare per usare il marchio e si attualizzano i canoni che il gruppo evita di sostenere perché il brand è già nella sua sfera di controllo. Nella pratica, però, il punto non è solo arrivare a un numero. Il punto è costruire una posizione difendibile contro una rettifica fiscale, soprattutto quando il marchio incide in modo rilevante su prezzo, volumi o accesso al mercato.
Le forchette di royalty esistono, ma non bastano da sole. I database di licensing e gli studi di settore mostrano che i tassi osservati sul mercato possono oscillare in modo ampio a seconda di settore, forza del brand, territorio, esclusiva e funzioni svolte dalle parti. Per questo il range va sempre letto con prudenza e contestualizzato. Una sintesi operativa utile, con focus sulla costruzione del canone, è nella guida su calcolare le royalties del marchio.
I passaggi operativi
Il lavoro serio parte prima del file di calcolo. Parte dalla definizione del perimetro economico dell’asset.
Definisci l’asset Occorre identificare il marchio oggetto della licenza, le classi in cui opera, i territori coperti, l’eventuale portafoglio collegato e la società che ne sostiene tutela, sviluppo e gestione. Se il gruppo usa più segni distintivi insieme, separare ciò che genera valore da ciò che è accessorio evita errori già all’origine.
Scegli la base di calcolo Nella prassi, la base è spesso il fatturato netto del licenziatario. Non sempre, però, è la scelta corretta. In alcuni modelli distributivi vanno esclusi ricavi che non riflettono il contributo del brand, come pass-through, componenti straordinarie o linee prodotto dove il marchio ha peso marginale. Qui si gioca una parte importante della difesa.
Individua il tasso di royalty Il tasso va costruito con comparabili attendibili, rettifiche motivate e analisi funzionale. Se il licenziatario sostiene marketing locale, promozione e adattamento commerciale, il tasso teorico osservato nei contratti tra indipendenti può richiedere aggiustamenti. Se invece il licenziante mantiene controllo strategico del brand e investe nella sua valorizzazione, la quota di ritorno attribuibile al marchio tende a rafforzarsi.
Proietta i flussi Le proiezioni devono essere coerenti con business plan, dati storici, margini e ciclo del settore. In contenzioso vedo spesso un errore ricorrente: si accettano ricavi futuri ottimistici senza spiegare perché siano ragionevoli per quello specifico marchio e per quel territorio. È un punto debole facile da attaccare.
Calcola i canoni risparmiati Si applica il tasso selezionato alla base imponibile scelta per ciascun anno di previsione. Se il contratto prevede minimi garantiti, step-up, esclusiva territoriale o clausole di revisione, il modello deve rifletterli. Un calcolo lineare, quando il contratto non è lineare, perde credibilità.
Attualizza i flussi Il tasso di attualizzazione va motivato in rapporto al rischio dell’asset, alla durata economica del marchio, alla stabilità dei ricavi e al contesto del settore. Usare un WACC standard preso da una fonte generica, senza spiegare gli aggiustamenti, espone la stima a obiezioni immediate.
Un esempio numerico essenziale
Supponiamo un marchio impiegato nel settore food da una società del gruppo con ricavi netti annui pari a 10 milioni di euro. Se, dopo l’analisi dei comparabili e delle funzioni svolte, il range difendibile porta a una royalty tra il 4% e il 6% del fatturato netto, il canone teorico annuo si colloca tra 400.000 e 600.000 euro. Il calcolo è aritmeticamente semplice. La difesa del range scelto, molto meno.
Questo schema aiuta a leggere il metodo:
Fatturato netto del licenziatario: 10 milioni di euro
Range di royalty selezionato: 4% - 6%
Canone annuo teorico: 400.000 - 600.000 euro
Quel valore annuo non coincide ancora con il valore del marchio. Occorre proiettare i flussi su un orizzonte coerente con la vita economica dell’asset e riportarli a valore attuale con un tasso giustificato. Se manca questa seconda parte, il dossier contiene un canone. Non contiene una vera valutazione.
Dove si annida il rischio
Le contestazioni più frequenti non riguardano il nome del metodo scelto. Riguardano come è stato applicato.
Benchmark generici. Citare un range di settore senza spiegare perché il marchio concreto debba stare nella fascia alta o bassa.
Base di calcolo incoerente. Applicare la royalty a ricavi che non dipendono dal brand o usare il lordo dove il contratto e i comparabili richiedono il netto.
Attualizzazione standardizzata. Inserire un tasso preso da modelli interni o report di mercato senza collegarlo al rischio specifico dell’intangibile.
Scarsa coerenza tra contratto e fatti. Prevedere un certo ruolo del licenziante sulla carta e poi non trovarne traccia nei documenti operativi, nel marketing o nella governance del marchio.
Nella prassi dell’Agenzia delle Entrate, la debolezza più costosa è spesso questa: il gruppo presenta un risultato plausibile, ma non dimostra il percorso con cui ci è arrivato.
Come si costruisce un tasso difendibile
Un tasso difendibile nasce dall’incrocio tra dati esterni e fatti interni. Le domande utili sono concrete:
il marchio ha notorietà propria o dipende quasi interamente dalla spinta commerciale del distributore?
il licenziante controlla linee guida, campagne, posizionamento e tutela del brand?
il licenziatario finanzia la crescita locale con investimenti promozionali rilevanti?
il cliente finale sceglie il prodotto per il marchio o per prezzo, canale, tecnologia, rete commerciale?
Da qui si vede il vero trade-off. Un tasso più alto può aumentare la remunerazione del titolare dell’IP, ma aumenta anche il rischio di rettifica se le funzioni DEMPE e la documentazione non lo sostengono. Un tasso più prudente può ridurre l’esposizione fiscale, ma non deve svuotare artificiosamente il contributo economico del brand.
Il punto che conta davvero
Il Relief-from-Royalty funziona quando ogni passaggio è ricostruibile: perimetro del marchio, base di calcolo, comparabili, aggiustamenti, proiezioni, tasso di attualizzazione. Studio Coviello imposta il lavoro in questo modo perché è il solo modo utile in audit. Il numero finale conta. La catena argomentativa conta di più.
Preparare la Documentazione a Prova di Audit
Il miglior calcolo possibile non basta se il dossier è incompleto. In sede di verifica, l’Agenzia non legge solo il risultato finale. Legge il percorso. Cerca coerenza tra contratto, funzioni svolte, perizia, basi di calcolo e comportamento concreto delle società del gruppo.

Per il transfer pricing del marchio, il dossier deve fare una cosa molto precisa. Deve spiegare perché quel marchio genera valore, come quel valore è stato misurato e perché il corrispettivo tra parti correlate è allineato al mercato.
I documenti che non possono mancare
La struttura documentale, nella pratica, ruota attorno a tre blocchi.
Master File Descrive il gruppo, la catena del valore, la politica generale di transfer pricing, gli intangibili rilevanti e i rapporti tra le entità. Serve a far capire il contesto in cui il marchio opera.
Local File Si concentra sulla società italiana e sulla singola operazione controllata. Qui entrano la descrizione della licenza, l’analisi funzionale, il metodo scelto, i comparabili e il ragionamento economico.
Perizia di stima del marchio È il cuore tecnico del fascicolo quando il marchio è centrale nell’operazione. Deve chiarire l’asset valutato, il metodo adottato, le assunzioni, le fonti dei dati e la riconciliazione con la contrattualistica.
La checklist che rende il dossier coerente
Un fascicolo completo, nella pratica, contiene almeno questi elementi:
Titolarità certa del marchio. Certificati, domande, estensioni territoriali, eventuali rinnovi.
Atto scritto con data certa. La licenza o il trasferimento devono essere documentati in modo opponibile.
Analisi funzionale. Chi sviluppa, chi promuove, chi sostiene i rischi, chi decide il posizionamento.
Base economica del canone. Fatturato netto, margine o altro criterio, purché motivato.
Spiegazione del metodo scelto. Non basta nominarlo. Va giustificato.
Documentazione dei benchmark. Se usi comparabili, devi renderli intelligibili.
Allineamento tra contratto e comportamenti effettivi. Se il contratto dice una cosa e il gruppo ne fa un’altra, il documento perde forza.
Il contratto di licenza non è un allegato formale. È il primo documento che l’Agenzia confronta con la sostanza economica dell’operazione.
Il ruolo della perizia
La perizia non deve limitarsi a dire “il marchio vale X”. Deve mostrare perché quel valore è ragionevole. Questo significa rendere leggibili le assunzioni, spiegare il perimetro dell’asset e motivare le scelte effettuate.
Una perizia utile in audit contiene normalmente:
descrizione del marchio e del contesto competitivo
inquadramento giuridico dei diritti
analisi economica dell’utilizzo
metodo di valutazione adottato
dati utilizzati e loro origine
conclusione coerente con il contratto infragruppo
Se la licenza è redatta male, anche la perizia migliore resta esposta. Per questo la coerenza con il contratto di licenza di marchio è decisiva.
Errori documentali che espongono subito
Alcune criticità si vedono in pochi minuti di lettura:
Punto critico | Perché indebolisce la difesa |
|---|---|
Contratto firmato tardi | Fa apparire la royalty come costruita ex post |
Perizia senza analisi funzionale | Non spiega chi crea davvero il valore |
Benchmark allegati ma non interpretati | I dati ci sono, ma manca la logica |
Scostamenti tra fatture e contratto | Danno l’idea di gestione non controllata |
Un’impostazione che aiuta davvero
Quando il dossier è ben impostato, ogni documento conferma l’altro. La registrazione prova la titolarità. Il contratto disciplina l’uso. La perizia quantifica il valore. Il Local File collega i fatti al metodo. Il Master File inserisce tutto nella strategia del gruppo.
In questa fase possono essere utili strumenti organizzativi e di monitoraggio dei titoli. Tra le soluzioni disponibili, BRANDREGISTRATO di Studio Legale Coviello viene utilizzato per seguire stato dei titoli, timeline e alert, ma il punto centrale resta sempre lo stesso: il tool non sostituisce la qualità dell’analisi, la rende solo più governabile.
Rischi Sanzioni e Strategie Difensive Efficaci
Un CFO riceve un questionario dell’Agenzia delle Entrate su una royalty infragruppo applicata da anni. I pagamenti risultano regolari, il marchio esiste, il contratto pure. Il problema nasce un livello sotto. Il tasso non è spiegato in modo convincente, i comparabili sono deboli, la funzione svolta dalla società titolare del marchio non emerge con chiarezza. In quel momento la discussione non riguarda solo un numero. Riguarda la tenuta dell’intera posizione fiscale.
Nella pratica professionale, le contestazioni più difficili da gestire non partono quasi mai da errori macroscopici. Partono da scelte solo apparentemente ragionevoli, ma non presidiate con sufficiente rigore. Per i marchi, l’Agenzia tende a concentrare l’attenzione su tre profili: coerenza del tasso di royalty, sostanza economica della struttura e qualità della documentazione difensiva.
Il primo punto critico è il tasso di royalty fuori mercato o mal posizionato nella forchetta dei comparabili. Un valore collocato nella fascia alta può essere sostenibile, ma solo se l’impresa sa dimostrare perché quel marchio genera un vantaggio competitivo superiore, con investimenti, notorietà, marginalità e politiche commerciali coerenti.
Il secondo è l’analisi di comparabilità fragile. In verifica non basta produrre un benchmark. Occorre spiegare perché quei contratti sono davvero confrontabili, quali aggiustamenti sono stati fatti e per quale ragione eventuali differenze non alterano la conclusione. Se questa parte manca, il benchmark perde forza proprio quando serve.
Il terzo è la debolezza della sostanza. Se la società che incassa la royalty non controlla davvero il marchio, non sostiene costi di protezione o sviluppo e non assume decisioni rilevanti, la pretesa economica diventa più esposta. È un tema che vediamo spesso nei gruppi che hanno centralizzato gli intangibili solo sul piano formale.
Le sanzioni hanno un peso reale
Sul piano sanzionatorio, conviene evitare numeri riportati senza base normativa puntuale e concentrarsi sul dato operativo. Un recupero sul transfer pricing del marchio può generare imposte, interessi e sanzioni significative, con effetti che superano di molto il valore della sola perizia o del contratto. Per questo il tema della tassazione delle royalties del marchio va letto insieme alla struttura della licenza e alla qualità del dossier di transfer pricing.
La vera differenza, in sede di controllo, sta nella capacità di offrire una ricostruzione credibile e continua dei fatti. Chi verifica cerca incoerenze. Date che non tornano. Funzioni dichiarate ma non svolte. Proiezioni finanziarie costruite ex post. Contratti che assegnano rischi a società che, in concreto, non li gestiscono.
Quando l’Agenzia contesta una royalty sul marchio, spesso mette in discussione la logica economica del gruppo prima ancora del tasso applicato.
Le difese che reggono meglio in audit
Le linee difensive più efficaci hanno un tratto comune. Non si affidano a un solo documento.
Difesa funzionale Occorre provare chi decide sul marchio, chi finanzia tutela e promozione, chi controlla l’uso distintivo e chi sopporta i rischi economici collegati all’intangibile.
Difesa economica La selezione dei comparabili va motivata. Le esclusioni pure. Se il range individuato è ampio, bisogna spiegare perché il tasso scelto si colloca in un punto preciso e non in un altro.
Difesa documentale Contratto di licenza, fatture, policy di gruppo, perizia, Local File e comportamento operativo devono essere allineati. Se un documento racconta una storia diversa, la controparte fiscale userà quella frattura.
Nella nostra esperienza, la strategia difensiva più utile si costruisce prima del controllo. Dopo, il margine di correzione si riduce molto.
Cosa fare se emerge un disallineamento
Se l’impresa si accorge che documenti e prassi non coincidono, la reazione corretta non è difendere automaticamente il numero storico. Conviene verificare i fatti, misurare l’esposizione e capire se il problema riguarda il tasso, la base imponibile, la titolarità delle funzioni o la formulazione del contratto. Ogni ipotesi richiede una risposta diversa.
I casi più delicati, in concreto, ricadono spesso in queste situazioni:
royalty applicata senza prova del beneficio effettivo per il licenziatario
marchio confuso con know-how, clientela o altri intangibili
business plan usato per la valutazione non coerente con dati storici e budget approvati
assetto cross-border formalmente ordinato ma privo di sostanza operativa
assenza di una linea difensiva chiara e univoca tra funzione fiscale, finance e legale
La prevenzione non elimina il controllo. Riduce il rischio di una rettifica mal gestita e, soprattutto, consente di presentare una posizione difendibile. È questo il punto che molte guide trascurano. Il transfer pricing del marchio non si esaurisce nel calcolo. Va costruito per resistere a una contestazione, con scelte coerenti, fonti verificabili e una narrativa fiscale che regga sotto esame.
Se stai valutando una licenza infragruppo, una perizia di stima del marchio o una revisione della tua documentazione difensiva, Studio Legale Coviello assiste imprese, CFO e uffici legali nella strutturazione del transfer pricing del marchio con attenzione congiunta a proprietà intellettuale, compliance fiscale e tenuta in audit.









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