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Come calcolare la percentuale esatta delle royalties sul marchio: guida 2026

  • 16 ore fa
  • Tempo di lettura: 15 min

Hai un marchio che ha iniziato a funzionare davvero. I clienti lo riconoscono, i partner lo cercano, e adesso qualcuno ti propone una licenza. Oppure stai strutturando un rapporto infragruppo e ti serve attribuire un corrispettivo all'uso del brand. A quel punto arriva la domanda che blocca quasi tutti: qual è la percentuale giusta di royalty?


La risposta che sento più spesso è anche la meno utile: “dipende dal mercato”. È vero, ma non basta. Se ti fermi a una forbice generica, rischi due errori opposti. Da un lato sottovaluti il marchio e rinunci a valore economico. Dall'altro chiedi una percentuale che sulla carta sembra attraente ma che in pratica non regge né la negoziazione né un controllo.


Quando si parla di Come calcolare la percentuale esatta delle royalties sul marchio, il punto non è trovare un numero suggestivo. Il punto è costruire un numero difendibile. Difendibile davanti al partner commerciale, davanti ai revisori, in due diligence e, nei casi più delicati, anche davanti al Fisco. La percentuale “esatta” non è quella più alta né quella più comoda. È quella che nasce da una base di calcolo chiara, da comparabili ragionati, dalla forza reale del marchio e da un contratto scritto bene.


Perché calcolare le royalties non è solo una questione di numeri


Un imprenditore vede il proprio marchio come il risultato di anni di investimenti, reputazione, errori corretti e mercato conquistato. Il potenziale licenziatario, invece, guarda lo stesso segno come uno strumento commerciale che deve produrre margine. Tra queste due prospettive nasce la tensione vera del licensing.


Se la royalty è troppo bassa, il licenziante monetizza male un asset che ha costruito nel tempo. Se è troppo alta, il licenziatario riduce la propria sostenibilità economica, investe meno e spesso tratta il marchio come un costo da comprimere, non come un asset da valorizzare. In entrambi i casi, il problema non è matematico. È strategico.


Chi cerca una formula rapida spesso parte dal numero e solo dopo guarda il contratto, il territorio, l'esclusiva, il settore e gli obblighi promozionali. Nella pratica conviene fare il contrario. Prima si definisce la struttura economica dell'operazione, poi si attribuisce una percentuale coerente.


Regola pratica: una royalty ben costruita deve essere contemporaneamente sostenibile per chi paga e giustificabile per chi la incassa.

Questo è anche il motivo per cui le guide troppo semplici generano spesso contenzioso. Parlano di “royalty di mercato”, ma non spiegano quale mercato, con quali comparabili, per quali prodotti, con quale intensità d'uso del marchio. Senza queste distinzioni, il numero resta esposto.


Per chi sta entrando ora nel tema, una base utile è capire prima il meccanismo generale delle royalties e poi scendere nel metodo di determinazione della percentuale. Su questo punto può essere utile leggere anche questa guida sulle royalties e sul loro funzionamento.


La vera domanda da porsi


La domanda corretta non è “quanto si paga di solito?”. È questa: quale percentuale posso motivare con documenti, logica economica e clausole coerenti?


Quando imposto un'analisi di questo tipo, verifico sempre almeno tre profili:


  • Valore percepito del marchio: quanto il segno incide davvero sulla scelta del cliente.

  • Capacità commerciale del licenziatario: un buon marchio in mano a un partner debole rende meno di un marchio medio in mano a una struttura distributiva forte.

  • Rischio di contestazione futura: una percentuale plausibile ma mal documentata vale meno di una percentuale leggermente diversa ma supportata bene.


La royalty, in sostanza, è il punto d'incontro tra valore giuridico del segno e realtà economica dell'operazione.


Definire la base di calcolo la prima scelta strategica


Prima della percentuale viene la domanda più importante del contratto: su cosa applichi quella percentuale? Qui si decide gran parte del valore reale dell'accordo. Due contratti con la stessa royalty nominale possono produrre risultati economici molto diversi se la base di calcolo non coincide.


Ricavi lordi e ricavi netti non sono la stessa cosa


Nel linguaggio negoziale si tende a parlare genericamente di fatturato. È un'abitudine pericolosa. Il contratto deve dire con precisione se la royalty si calcola sui ricavi lordi oppure sui ricavi netti.


I ricavi lordi offrono una base più ampia, ma spesso generano resistenza da parte del licenziatario perché non tengono conto di componenti che non rappresentano vero incasso economico stabile. I ricavi netti, invece, sono normalmente più accettabili purché il contratto specifichi bene quali deduzioni sono ammesse.


Una definizione vaga dei ricavi netti è una delle prime cause di contenzioso nei contratti di licenza. Se scrivi “al netto di sconti e resi” senza altro dettaglio, hai già lasciato spazio a letture opportunistiche.


Le deduzioni che vanno definite in modo rigoroso


In una bozza ben scritta, la definizione di ricavi netti non si limita a una formula breve. Deve elencare in modo chiaro cosa si può sottrarre e, soprattutto, cosa non si può sottrarre.


Ecco i punti che conviene disciplinare con precisione:


  • Resi effettivi: devono essere documentati e riferiti a vendite realmente stornate.

  • Sconti commerciali: vanno distinti dagli sconti straordinari o dalle politiche aggressive decise unilateralmente dal licenziatario.

  • Imposte indirette: in genere non rappresentano un ricavo proprio del licenziatario e richiedono una regolazione espressa.

  • Abbuoni e note di credito: vanno trattati solo se tracciabili e coerenti con la normale prassi commerciale.

  • Costi interni del licenziatario: marketing, personale, logistica o costi generali non dovrebbero entrare automaticamente tra le deduzioni.


Se la clausola sulla base di calcolo può essere letta in due modi, prima o poi il licenziatario sceglierà quello che paga meno.

Come scrivere una definizione che regga


Una buona clausola non è lunga per formalismo. È lunga perché previene discussioni future. Il testo deve collegare la base di calcolo ai documenti contabili e ai tempi di rendicontazione. Se manca questo raccordo, il diritto alla royalty diventa difficile da verificare.


Una struttura utile è questa:


Elemento

Cosa deve chiarire

Base imponibile

Se si usano ricavi lordi o netti

Deduzioni ammesse

Quali voci si sottraggono e con quali limiti

Momento di rilevazione

Quando una vendita si considera maturata

Documentazione

Quali registri o report fanno fede

Contestazioni

Come si correggono errori o differenze


Cosa funziona e cosa non funziona


Funziona una definizione ancorata a criteri verificabili. Non funziona una formula troppo elastica, del tipo “al netto dei costi usuali di vendita”, perché trasferisce tutta l'incertezza nella fase esecutiva del contratto.


Funziona distinguere tra deduzioni fisiologiche e deduzioni discrezionali. Non funziona lasciare al licenziatario il potere di ridurre la base imponibile con politiche commerciali non controllate dal licenziante.


Funziona anche allineare la clausola economica con una valutazione preliminare del marchio. Per questo, in molte operazioni, ha senso partire da una stima tecnica seria del segno, soprattutto quando la licenza ha rilievo fiscale o infragruppo. In questi casi, un passaggio utile è comprendere perché chiedere una perizia di stima del marchio.


Il punto che molti trascurano


La base di calcolo non serve solo a quantificare il canone. Serve a rendere il canone controllabile. Se un revisore, un acquirente in due diligence o l'amministrazione finanziaria leggono il contratto, devono capire subito come si arriva dal dato contabile alla royalty maturata.


Per questo la precisione lessicale nella clausola economica vale quasi quanto la percentuale stessa. Una royalty corretta su una base confusa resta un accordo fragile.


Metodi e formule per determinare la royalty sul marchio


In Italia il criterio operativo più diffuso per calcolare le royalties su un marchio è il metodo del percentage of sales, cioè una percentuale applicata ai ricavi generati dall'uso del brand. Nella prassi italiana la forbice indicata dalle fonti specialistiche è in genere tra il 2% e il 10% del fatturato, con valori spesso intorno al 5% nei contesti di franchising o licensing standard, come indicato in questa analisi sul calcolo delle royalties del marchio. Nello stesso riferimento si trova anche un esempio numerico ricorrente: con un fatturato netto pari a 2.000.000 di euro e una royalty del 4%, il canone annuo risulta pari a 80.000 euro.


Grafica informativa che illustra i tre metodi principali per determinare la royalty su un marchio aziendale.


Quel dato è utile, ma va interpretato bene. Non significa che esista una percentuale standard buona per tutti. Significa che il mercato usa spesso una percentuale sui ricavi come meccanismo di calcolo. Il lavoro professionale sta nel decidere quando questo metodo è adeguato e quando invece conviene una struttura diversa.


Il metodo percentuale sulle vendite


È il modello più usato perché è semplice da comprendere, da negoziare e da verificare. Collega direttamente il corrispettivo alla capacità del marchio di accompagnare vendite effettive.


La formula base è lineare:


  • Base di calcolo definita nel contratto

  • Percentuale di royalty

  • Canone dovuto per il periodo


Con questo metodo, il licenziante partecipa all'andamento commerciale senza entrare nella struttura dei costi del licenziatario. È un vantaggio notevole quando si vuole evitare una contabilità troppo invasiva.


Quando funziona bene


Questo modello funziona soprattutto quando:


  • Il marchio è un driver commerciale evidente: moda, food, cosmetica, retail, design.

  • Le vendite sono tracciabili con sufficiente trasparenza: report periodici, fatturazione chiara, canali distributivi non troppo frammentati.

  • Le parti vogliono una struttura intuitiva: il licenziatario sa che più vende, più paga. Il licenziante monetizza la diffusione del brand.


Dove crea problemi


Non è sempre il metodo migliore. Può diventare debole quando il prezzo finale incorpora molti elementi estranei al marchio, oppure quando il licenziatario opera con forti differenze di canale, scontistiche molto variabili o bundle difficili da scomporre.


In quei casi il rischio è attribuire al marchio un valore che in realtà deriva da altri fattori, come distribuzione, assistenza, tecnologia o posizionamento del prodotto.


Più avanti può aiutarti anche questa guida sul transfer pricing del marchio, soprattutto se la licenza coinvolge società del gruppo o profili cross-border.


Per un inquadramento visivo del tema, può essere utile anche questo contributo video:



Il modello per unità


In alcuni settori conviene ragionare non in percentuale sul fatturato, ma in importo unitario per prodotto venduto. Succede quando il prezzo di vendita è abbastanza stabile o quando le parti vogliono evitare discussioni su sconti, campagne promozionali e variabilità dei listini.


Il vantaggio è la prevedibilità. Se vendi un'unità, sai qual è la royalty. Il limite è che questo metodo può diventare poco aderente alla realtà se il prezzo di vendita cambia sensibilmente nel tempo o se coesistono gamme molto diverse sotto lo stesso marchio.


Casi in cui può avere senso


  • Prodotti standardizzati: dove il listino cambia poco.

  • Canali molto uniformi: con scarsa volatilità commerciale.

  • Accordi operativi semplici: dove conta più la facilità di rendicontazione che la finezza economica.


Il modello legato al margine


È il più delicato. Invece di calcolare la royalty sui ricavi, la si ancora a un margine o a una redditività. Questo approccio può avere una logica in operazioni particolari, ma richiede definizioni contabili molto più sofisticate.


Qui il problema non è solo giuridico. È tecnico. Devi capire quale margine usare, come depurarlo, quali costi includere, come trattare componenti straordinarie e come verificare la coerenza della reportistica.


Una royalty sul margine può sembrare più “equa”, ma in pratica genera molte più discussioni rispetto a una royalty sul fatturato.

Una scelta più commerciale che teorica


La scelta del metodo non va fatta in astratto. Va fatta guardando il business reale. Un marchio fashion con forte appeal al consumatore si presta più facilmente a una percentuale sulle vendite. Un prodotto con struttura distributiva uniforme può sostenere un criterio per unità. Un accordo complesso, magari con forte integrazione operativa, può richiedere una logica legata alla redditività.


La domanda utile non è “qual è il metodo più raffinato?”. È “qual è il metodo che produce un risultato verificabile, coerente e negoziabile senza aprire contenziosi inutili?”.


Oltre la formula i criteri per negoziare la percentuale giusta


Una volta scelto il metodo di calcolo, resta il passaggio più delicato: giustificare perché la royalty debba essere proprio quella e non un'altra. Qui si esce dalla meccanica della formula ed entra in gioco la qualità dell'analisi.


I materiali tecnici dell'ODCEC Torino indicano che il tasso va individuato partendo dall'intervallo di royalty praticato per classi di prodotti confrontabili e dalla stima della forza del marchio. Lo stesso approccio si collega al metodo Relief from Royalty e a una regola di sostenibilità economica quantificata come 25% del risultato operativo al lordo delle imposte e degli ammortamenti di beni immateriali (EBITAI) rispetto ai ricavi, come si legge nelle slide tecniche sui metodi di valutazione del marchio dell'ODCEC Torino.


Infografica sui criteri fondamentali per negoziare la percentuale di royalty in un contratto di licenza.


Questo dato merita attenzione perché sposta il ragionamento dal “si usa così” al “si sostiene così”. Una percentuale non è credibile solo perché rientra in una forbice di mercato. Deve anche essere compatibile con la capacità economica dell'operazione.


La forza del marchio cambia il tasso


Due marchi registrati nella stessa classe non valgono automaticamente allo stesso modo. Un marchio forte può giustificare una royalty più alta perché aiuta a vendere, migliora il posizionamento e riduce il costo commerciale di acquisizione del cliente. Un marchio debole, descrittivo o poco distintivo non offre lo stesso contributo economico.


Quando valuto la forza del segno, guardo in particolare:


  • Riconoscibilità sul mercato

  • Reputazione associata al marchio

  • Coerenza della presenza commerciale

  • Capacità del segno di sostenere un premium price o una preferenza d'acquisto

  • Estensione e qualità della tutela giuridica


Il settore conta più della media astratta


Una delle semplificazioni più dannose è usare “la royalty media” come risposta universale. Nei settori ad alta concorrenza, il marchio può avere una funzione quasi solo identificativa. In altri comparti, invece, il segno è parte decisiva dell'esperienza di acquisto.


Una stessa percentuale può apparire bassa in un contesto e insostenibile in un altro. Per questo i benchmark vanno filtrati per settore, prodotti, funzione del brand e modello distributivo.


Esclusiva, territorio e durata cambiano il prezzo


Una licenza esclusiva, estesa territorialmente e di lunga durata attribuisce al licenziatario un vantaggio economico maggiore rispetto a una licenza non esclusiva, limitata e revocabile con facilità. Sarebbe irrazionale trattare questi scenari come se meritassero la stessa royalty.


Per orientarti, considera questa logica:


Variabile

Effetto tipico sulla royalty

Esclusiva piena

Tende a sostenere una royalty più alta

Territorio ampio

Richiede una maggiore giustificazione economica

Durata lunga

Può aumentare il valore complessivo dell'accordo

Investimenti marketing a carico del licenziatario

Può spingere a ribilanciare il tasso

Supporto operativo del licenziante

Può rafforzare la richiesta economica


Il metodo Relief from Royalty


Sul piano valutativo, il Relief from Royalty parte da una domanda semplice: quanto varrebbe il marchio se l'impresa, invece di esserne proprietaria, dovesse pagare una royalty per usarlo? Il valore del brand viene letto come un risparmio da pagamento evitato.


Questo approccio è utile perché obbliga a motivare la royalty ipotetica. Non basta dire “potrebbe essere il 5%”. Bisogna spiegare perché quel tasso sarebbe coerente con comparabili, forza del marchio e redditività dell'operazione.


La prova di sostenibilità economica


La regola tecnica richiamata dai materiali ODCEC sul 25% dell'EBITAI rispetto ai ricavi è preziosa perché introduce un controllo di realtà. Se la royalty proposta assorbe una quota incompatibile con la struttura economica del business, il tasso diventa difficile da difendere.


Non è un automatismo cieco. È un test di ragionevolezza. Serve a rispondere a una domanda scomoda ma decisiva: dopo aver pagato la royalty, il licenziatario resta in un equilibrio economico credibile?


La royalty giusta non è quella che massimizza l'incasso teorico del licenziante. È quella che il licenziatario può pagare senza trasformare il contratto in un accordo destinato a fallire o a essere contestato.

Come si costruisce una proposta negoziale seria


Nella pratica, una proposta ben fatta combina quattro elementi:


  1. Comparabili di settore, se disponibili e realmente omogenei.

  2. Valutazione della forza del marchio, con criteri esplicitati.

  3. Analisi della sostenibilità economica, per evitare tassi astratti.

  4. Coerenza con il perimetro della licenza, cioè diritti concessi, territorio, esclusiva, durata e supporto.


Quando uno di questi elementi manca, la percentuale resta debole. Quando ci sono tutti, anche una trattativa difficile diventa più lineare perché smette di essere una discussione su impressioni e diventa una discussione su criteri.


Le clausole contrattuali che proteggono il tuo accordo


Calcolare una royalty congrua serve a poco se poi il contratto non contiene gli strumenti per verificarla, pretenderla e correggere eventuali scostamenti. Molti accordi si rompono non sul tasso, ma sulla gestione concreta del rapporto.


Infografica che elenca sette clausole contrattuali essenziali per proteggere accordi di licenza e proprietà intellettuale.


Reporting periodico e contenuto dei rendiconti


La prima protezione è una clausola di reporting ben scritta. Non basta prevedere che il licenziatario “comunichi le vendite”. Devi stabilire frequenza, formato, livello di dettaglio e documenti di supporto.


Un reporting efficace chiarisce:


  • Periodicità dei report: mensile, trimestrale o altra scansione pattuita.

  • Dati richiesti: vendite per prodotto, canale, territorio, resi, note di credito.

  • Riconciliazione contabile: collegamento tra report interni e contabilità.

  • Termine di pagamento: entro quando si paga la royalty maturata.


Senza questi elementi, il licenziante riceve dati parziali e spesso inutilizzabili.


Diritto di audit


Se il contratto non prevede un diritto di verifica, il reporting resta affidato quasi solo alla buona fede del licenziatario. Una clausola di audit consente invece al licenziante di controllare i dati dichiarati, direttamente o tramite professionisti incaricati.


La clausola deve disciplinare almeno tre punti: quando l'audit è possibile, su quali documenti può estendersi e come si gestiscono eventuali differenze riscontrate. In assenza di questa previsione, la prova dell'inadempimento diventa più difficile.


Punto fermo: il diritto di audit non serve a sfiduciare il partner. Serve a rendere il contratto verificabile.

Minimi garantiti e obiettivi di performance


Quando il marchio viene concesso in esclusiva, il licenziante corre un rischio evidente. Se il partner non sviluppa il mercato, il marchio resta bloccato senza produrre il valore atteso. Per questo, in molti casi, conviene affiancare alla royalty variabile una soglia minima garantita o obiettivi di performance.


Il minimo garantito non è solo una tutela economica. È anche un filtro selettivo. Se il licenziatario non accetta un impegno minimo ragionevole, spesso significa che non ha sufficiente fiducia nel progetto commerciale.


Clausole su territorio, canali e perimetro d'uso


Una licenza mal definita espone a due pericoli opposti: uso insufficiente del marchio o uso eccedente. Il contratto deve dire dove il segno può essere usato, per quali prodotti o servizi, con quali canali e con quali limiti qualitativi.


Una tabella minima di controllo dovrebbe coprire questi aspetti:


Clausola

Funzione

Territorio

Delimita l'area geografica autorizzata

Prodotti o servizi

Evita estensioni abusive a categorie non concesse

Canali distributivi

Distingue retail, e-commerce, wholesale, marketplace

Standard qualitativi

Protegge reputazione e coerenza del marchio

Sub-licenze

Regola se sono ammesse e con quali limiti


Gestione dell'inadempimento


Un buon contratto non si limita a prevedere il pagamento. Stabilisce cosa accade se il pagamento manca, se il reporting è incompleto o se il marchio viene usato fuori dai limiti pattuiti.


Qui conta molto la tecnica redazionale. Servono rimedi graduati, termini di sanatoria se opportuni, e una disciplina chiara sulla risoluzione. In molte operazioni è utile anche coordinare queste clausole con il presidio dei flussi di cassa. Per chi vuole approfondire, segnalo questo contributo sulle clausole di licenza che proteggono i flussi economici.


Un contratto utile è un contratto leggibile


C'è anche un aspetto pratico che spesso viene sottovalutato. Le clausole devono essere rigorose, ma non opache. Un contratto scritto in modo eccessivamente astratto moltiplica le zone grigie. Un contratto leggibile, invece, rende più probabile l'adempimento spontaneo perché le parti sanno esattamente cosa fare.


La vera solidità contrattuale non sta nella complessità del testo. Sta nella sua capacità di trasformare criteri economici in obblighi eseguibili.


Aspetti fiscali e rischi pratici da non sottovalutare


La parte fiscale entra spesso troppo tardi, quando la percentuale è già stata concordata e il contratto è quasi chiuso. È un errore. Una royalty apparentemente sensata sul piano commerciale può diventare fragile se non regge in sede di verifica o due diligence.


Un contabile che compila il modulo fiscale 1040 con una calcolatrice e documenti finanziari sulla scrivania.


Un punto ricorrente, soprattutto nel contesto italiano, è questo: molti contenuti online richiamano intervalli generici, ma spiegano poco su come usare comparabili italiani e settoriali per giustificare una percentuale difendibile in caso di controllo fiscale o due diligence. Lo stesso vale per la distinzione tra marchi forti e deboli e per la mancanza di indicazioni chiare sull'evidenza documentale minima necessaria, come osservato in questa guida pratica sul calcolo delle royalties del marchio.


Il rischio vero non è solo pagare troppo o troppo poco


Nel licensing tra parti indipendenti, una royalty mal costruita può generare tensioni contrattuali e perdita di valore. Nei rapporti infragruppo o nelle operazioni con profili internazionali, il rischio aumenta perché entra in gioco la necessità di dimostrare che il tasso sia coerente con logiche di mercato.


Qui non basta dire che la percentuale “sembra ragionevole”. Serve documentazione.


Cosa deve contenere un dossier difensivo serio


Nella pratica, conviene predisporre un fascicolo interno. Chiamalo royalty file, memorandum economico o dossier di supporto. Il nome conta poco. Conta il contenuto.


Almeno questi elementi dovrebbero essere raccolti in modo ordinato:


  • Descrizione del marchio: titolarità, classi, perimetro d'uso, mercati interessati.

  • Ragioni economiche della licenza: perché l'accordo esiste e quale utilità genera.

  • Analisi della forza del marchio: non in termini celebrativi, ma funzionali al business.

  • Comparabili selezionati: con criteri di omogeneità spiegati.

  • Ragionamento sulla percentuale finale: non solo il numero, ma il percorso che ci porta lì.

  • Coerenza contrattuale: base di calcolo, esclusiva, territorio, durata, supporto del licenziante.


Il problema dei comparabili


Tutti parlano di benchmark. Pochi spiegano come usarli bene. Il primo errore è prendere dati esteri o generici e trattarli come se fossero automaticamente trasferibili in Italia. Il secondo errore è usare comparabili formalmente simili ma economicamente diversi.


Un marchio con forte richiamo al consumatore finale non è davvero comparabile con un segno usato in modo quasi tecnico o funzionale. Allo stesso modo, una licenza con ampio supporto del licenziante non è pienamente comparabile con una licenza “nuda”, in cui il partner riceve solo il diritto d'uso.


La percentuale diventa difendibile quando puoi spiegare non solo perché hai incluso certi comparabili, ma anche perché ne hai esclusi altri.

Quando coinvolgere i consulenti


Il supporto legale e fiscale non serve solo a “mettere in forma” un numero già deciso. Serve prima, quando ancora stai impostando il criterio di scelta. In particolare, ha senso coinvolgere professionisti quando ci sono operazioni infragruppo, componenti cross-border, marchi con peso strategico elevato o accordi di lunga durata.


In questo contesto, uno degli strumenti disponibili è la consulenza specialistica di operatori che lavorano sia sul lato IP sia su quello contrattuale e fiscale. Ad esempio, Studio Legale Coviello affianca le imprese nella pianificazione fiscale e nella gestione delle royalties, con focus su coerenza economica, documentazione e struttura contrattuale.


Un errore da evitare sempre


L'errore peggiore è costruire prima il numero per convenienza interna e cercare poi una giustificazione a posteriori. Questo approccio si riconosce subito. La documentazione appare artificiale, i comparabili sembrano scelti per confermare la conclusione e il contratto non riflette davvero il razionale economico dichiarato.


È molto più solido fare il contrario. Prima si analizza, poi si decide. E infine si documenta in modo coerente.


Conclusione da calcolo a strategia di valorizzazione del brand


Calcolare la royalty sul marchio non significa riempire una casella in un contratto. Significa attribuire un valore economico credibile a un asset immateriale che incide sul business, sulla fiscalità e sulla strategia commerciale dell'impresa.


La percentuale “esatta” nasce quando allinei quattro elementi. Una base di calcolo chiara. Un metodo coerente con il modello di business. Una negoziazione fondata sulla forza reale del marchio e sulla sostenibilità dell'operazione. Un contratto che renda tutto questo verificabile e difendibile nel tempo.


Chi affronta il tema in modo superficiale tende a cercare scorciatoie. Una forbice generica. Un benchmark preso senza filtri. Una clausola standard riadattata in fretta. Sono soluzioni che possono bastare finché nessuno le mette alla prova. Il problema è che prima o poi qualcuno le mette alla prova. Un partner, un revisore, un investitore, un acquirente, l'amministrazione finanziaria.


Un marchio ben gestito non è solo un segno distintivo. È un asset che può generare flussi, aprire mercati e rafforzare il posizionamento competitivo. Per questo, capire davvero Come calcolare la percentuale esatta delle royalties sul marchio significa passare da una logica difensiva a una logica di valorizzazione.



Se stai definendo una royalty sul marchio e vuoi arrivare a una percentuale sostenibile, documentata e contrattualmente solida, Studio Legale Coviello assiste imprese e professionisti nella valutazione del marchio, nella redazione di contratti di licenza e nella costruzione di strutture di royalty coerenti con il contesto legale, commerciale e fiscale dell'operazione.


 
 
 

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