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Marchio della moda al vaglio del fisco: collezioni e royalties

3 minuti fa
Tempo di lettura: 8 min

Campioni di tessuto e calcolatrice per la valutazione

Il metodo più difendibile per valutare una collezione moda e determinare le royalties è il relief from royalty, integrato con evidenze operative concrete: fatture, campagne pubblicitarie, contratti registrati. Serve sempre una perizia indipendente e un accordo scritto coerente con la prassi di settore. La prima mossa concreta è affidare l’incarico peritale e avviare la raccolta documentale prima che il fisco lo chieda.

 

In breve:  
  • La valutazione del marchio si basa principalmente sul metodo relief from royalty, integrato con evidenze operative come fatture e contratti, e richiede una perizia indipendente.

  • Pericoloso affidarsi a un solo approccio: il relief from royalty deve essere supportato da cost approach e multipli di mercato, seguendo gli standard ISO 10668 e IVS.

  • La corretta attribuzione del valore alle collezioni richiede una definizione chiara del perimetro, analisi delle vendite e un confronto tra margini con e senza marchio.

  • La base di calcolo delle royalties dovrebbe essere tra il 2% e il 10% del fatturato, con clausole di reporting, audit e royalty minime per un contratto solido.

  • La documentazione preventiva e puntuale riduce i rischi fiscali e facilita la difesa in eventuali verifiche, evitando di affidarsi a strategie improvvisate dopo controlli.

 



Indice

 

 

Metodi accettati di valutazione del marchio: cost approach, relief from royalty e market multiples

 

Il fisco italiano non impone un metodo unico di valutazione, ma richiede che la stima sia coerente, documentata e ripetibile. Nel settore moda, tre approcci dominano la prassi professionale.

 

Il relief from royalty stima il valore del marchio come valore attuale dei canoni che l’azienda “risparmierebbe” non dovendo licenziarlo da terzi. È il metodo più usato nella moda perché si appoggia su dati di mercato osservabili (le royalty effettivamente pagate in transazioni comparabili) e si presta bene a essere validato con analisi metodologiche sul brand equity tipiche del settore.

 

Il cost approach guarda invece a quanto è costato costruire il marchio: investimenti in registrazione, comunicazione, sviluppo prodotto. Funziona bene per marchi giovani o poco noti, dove non esistono comparabili di mercato affidabili, ma tende a sottostimare marchi con forte identità commerciale.

 

I market multiples applicano moltiplicatori osservati in transazioni simili (cessioni di marchi, acquisizioni di case di moda) al fatturato o all’EBITDA della collezione. Sono utili come controllo di plausibilità più che come metodo principale, perché i comparabili pubblici nel fashion sono scarsi e spesso non pienamente assimilabili.

 

Una perizia solida raramente si affida a un solo approccio. La combinazione più robusta prevede:

 

  • relief from royalty come metodo primario, ancorato a range di settore;

  • cost approach come verifica di coerenza sugli investimenti storici;

  • market multiples come controllo esterno, quando esistono transazioni comparabili recenti;

  • riferimento esplicito a standard riconosciuti come lo ISO 10668 e ai principi IVS, che impongono di dichiarare perimetro, assunzioni e limiti della stima.

 

Gli input richiesti includono serie storiche di vendite, margini per canale, durata residua della protezione del marchio e piani di espansione della collezione.

 

Attribuzione del valore alle collezioni: come isolare il contributo del marchio

 

Separare quanto del fatturato di una collezione dipende dal marchio, e quanto da fattori come design, materiali o rete distributiva, è il passaggio più delicato della valutazione. Un metodo pratico segue quattro fasi.

 

  1. Definire il perimetro: quali linee di prodotto, quali stagioni, quale arco temporale entrano nella collezione oggetto di valutazione. Una capsule collection non si valuta con gli stessi criteri di una linea permanente.

  2. Raccogliere indicatori quantitativi: vendite per SKU, margine lordo per canale (retail, e-commerce, wholesale), performance delle campagne pubblicitarie collegate al lancio.

  3. Isolare la quota attribuibile al brand: si confronta la marginalità della collezione brandizzata con prodotti equivalenti senza marchio, o con periodi precedenti al lancio del logo sul prodotto.

  4. Documentare la correlazione: ogni picco di vendita legato a una campagna, a una capsule o a una collaborazione va tracciato con fatture, ordini e materiale promozionale datato.

 

La stagionalità tipica del fashion complica ulteriormente l’analisi: una valutazione seria richiede perimetri temporali chiari, perché la variabilità stagionale e collezionale altera in modo significativo i multipli e le percentuali applicabili.

 

Calcolo pratico delle royalties: base di calcolo, percentuali e clausole chiave

 

La scelta della base di calcolo determina non solo l’importo del canone, ma anche il suo trattamento contabile. Le opzioni più comuni sono:

 

  • fatturato netto, la base più trasparente e più facile da verificare in sede di controllo;

  • prezzo unitario per pezzo venduto, tipico nel licensing di accessori o calzature;

  • margine di contribuzione, meno usato perché più opinabile, ma talvolta richiesto quando il licenziante partecipa al rischio commerciale.

 

I range tipici nel settore moda oscillano tra il 2% e il 10% del fatturato, con variazioni legate a categoria di prodotto, notorietà del marchio e canale distributivo. Una percentuale fuori da questa forbice non è automaticamente illegittima, ma richiede comparabili di settore documentati per essere sostenuta in sede di verifica.

 

Le clausole che rendono un contratto di licensing solido sotto il profilo fiscale includono obblighi di reporting periodico, diritti di audit sui volumi dichiarati, una royalty minima garantita e l’approvazione preventiva dei campioni da parte del licenziante. Questi elementi, tipici della contrattualistica di licensing nella moda, dimostrano come l’accordo rifletta un rapporto commerciale reale e non una mera allocazione fiscale.

 

Un consiglio: registra sempre il contratto di licensing e conserva le comunicazioni relative all’approvazione dei campioni: in caso di verifica, questi documenti valgono più di qualsiasi argomentazione economica ex post.

 

Implicazioni fiscali e contabili: deducibilità, ammortamento e valore in dogana

 

Il trattamento fiscale delle royalties cambia radicalmente in base a chi è titolare del marchio. Per la persona fisica che concede in licenza un marchio non in regime d’impresa, il canone rientra tra i redditi diversi ai sensi dell’articolo 67 del TUIR. Per l’impresa titolare, il canone percepito concorre a formare il reddito ordinario soggetto a IRES, mentre per il licenziatario rappresenta un costo potenzialmente deducibile se dimostra inerenza e congruità.


Tre modalità fiscali per le royalties

La scelta dell’orizzonte di ammortamento deve essere opportunamente motivata in bilancio.

 

Un aspetto spesso sottovalutato riguarda il valore in dogana: quando il pagamento della royalty è condizione della vendita delle merci importate e il licenziante esercita un controllo sulla produzione, le royalties vanno incluse nella base imponibile doganale. Questo vale in particolare per licenze di produzione con clausole di controllo qualità e canalizzazione degli approvvigionamenti, un incrocio che la giurisprudenza recente ha chiarito con precisione.

 

La documentazione che rafforza la deducibilità include:

 

  • contratto di licenza registrato con data certa;

  • fatture periodiche coerenti con la base di calcolo dichiarata;

  • prova dell’effettivo utilizzo del marchio su prodotto, packaging e comunicazione.

 

Un approfondimento su come strutturare questi elementi è disponibile nella guida di Studiolegalecoviello sull’ottimizzazione fiscale attraverso marchio e royalties.

 

Rischi fiscali e red flags più frequenti

 

L’amministrazione finanziaria concentra i controlli su alcuni schemi ricorrenti nel fashion. Riconoscerli in anticipo permette di correggere la struttura prima che diventi oggetto di accertamento.

 

  1. Marchio registrato da un socio poco prima dell’introduzione di canoni elevati: è uno degli schemi più contestati, perché suggerisce una riorganizzazione fatta per estrarre reddito piuttosto che per ragioni commerciali.

  2. Royalties sproporzionate rispetto ai comparabili di settore, senza perizia a supporto.

  3. Controllo assoluto del licenziante su produzione e qualità, che può far scattare l’inclusione in dogana e, se non coerente con il contratto dichiarato, mette in dubbio la sostanza dell’accordo.

 

Le prove da raccogliere sistematicamente sono fatture periodiche, materiale di campagna datato, ordini di produzione e riferimenti al marchio su packaging e comunicazione. Una perizia difendibile va predisposta prima di introdurre o modificare canoni rilevanti, non dopo l’apertura di una verifica.

 

Checklist operativa e strumenti per la gestione del marchio

 

Una gestione fiscalmente solida del marchio richiede metodo costante, non solo una perizia una tantum. La checklist minima comprende:

 

  • verificare titolarità e anteriorità sulla banca dati UIBM prima di ogni operazione di licensing;

  • redigere clausole contrattuali su reporting, audit e minimo garantito in forma schematica e verificabile;

  • tracciare in modo continuativo l’uso del marchio su prodotto, packaging e campagne con strumenti digitali dedicati, utili anche in caso di contenzioso;

  • aggiornare periodicamente la perizia quando cambiano volumi, canali o perimetro della collezione.

 

Perché la pianificazione preventiva conta più della difesa in contenzioso

 

Nelle verifiche fiscali sul marchio moda, il problema quasi sempre non è la percentuale scelta, ma l’assenza di prove raccolte per tempo. Intervenire prima di introdurre canoni rilevanti, con perizia e contratto pronti, riduce drasticamente il rischio di rettifica rispetto a una difesa costruita dopo l’accertamento. Un controllo preliminare della struttura vale sempre il costo dell’incarico.

 

— STUDIO

 

Come Studiolegalecoviello ti affianca nella valutazione di marchi e royalties

 

Studiolegalecoviello segue la valutazione del marchio moda dall’interno, non con un rapporto generico ma con perizia, contratto di licensing e difesa in contenzioso costruiti come un’unica strategia coerente.

 

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Studiolegalecoviello

 

Lo studio offre consulenza in proprietà industriale e intellettuale, assistenza nella pianificazione di operazioni straordinarie legate a marchi e collezioni, e redazione di contratti di licensing con clausole di reporting, audit e minimo garantito già impostate per resistere a un controllo fiscale. Chi deve registrare o riorganizzare un marchio prima di introdurre royalties trova nella pagina dedicata alla registrazione marchi il primo passo operativo, mentre per una valutazione complessiva di asset, contratti e rischio fiscale la porta d’ingresso è la pagina servizi. Chi vuole approfondire modelli di perizia e casi di deducibilità può leggere l’analisi su valutazione del marchio e deducibilità fiscale. Il passo successivo naturale è richiedere una consulenza specifica sulla propria collezione prima di modificare o introdurre canoni.

 

Questo articolo fornisce informazioni generali e non sostituisce il parere di un consulente finanziario qualificato. Consulta un professionista finanziario qualificato riguardo al tuo caso specifico prima di agire in base a questo contenuto.

 

Fonti

 

 

Domande frequenti

 

Come vengono tassate le royalties per l’uso di un marchio?

 

Per l’impresa titolare il canone concorre al reddito soggetto a IRES; per la persona fisica non in regime d’impresa rientra tra i redditi diversi ai sensi dell’articolo 67 del TUIR. Per il licenziatario il costo è deducibile solo se inerente e congruo.

 

Cosa sono le royalties del marchio?

 

Sono i canoni periodici pagati per l’uso di un marchio di proprietà di terzi, generalmente calcolati come percentuale del fatturato o come importo per unità venduta, e regolati da un contratto di licensing.

 

Come si calcola il valore di un marchio?

 

Il metodo più usato nella moda è il relief from royalty, spesso combinato con il cost approach e i multipli di mercato, seguendo standard come ISO 10668. Questo approccio viene spesso integrato con evidenze documentali di utilizzo effettivo.

 

Quali tutele sono previste per il marchio di fatto?

 

Il marchio non registrato, se usato in modo continuativo e riconoscibile sul mercato, gode di una tutela più limitata rispetto al marchio registrato e in caso di conflitto la prova dell’uso anteriore diventa determinante: per questo la verifica preventiva sulla banca dati UIBM resta indispensabile.

 

Quali percentuali di royalty sono considerate congrue nel settore moda?

 

Le guide di settore indicano un intervallo tipico tra il 2% e il 10% del fatturato, ma la percentuale scelta va sempre giustificata con comparabili documentati e non semplicemente dichiarata.

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